di Sara Cariglia
Libero, 28 gennaio 2021
Valentina, Stefania, Martina: "Oltre gli occhi", giornale prodotto nel carcere milanese, raccoglie i loro scritti e libera le loro menti. Mentre in Italia e nel mondo infuria la pandemia, dietro le mura di San Vittore imperversa il nuovo numero di "Oltre gli occhi", il giornale delle detenute che trasforma storie galeotte nate tra le pareti di una cella, in farfalle pronte a volare via lontano fuori dagli scherni del giudizio e del pregiudizio, a bordo di moti vorticosi che segano sbarre e rompono cliché.
Il magazine del Reparto femminile - probabilmente l'unico in un carcere italiano - s'inserisce nel cuore della "movida" del penitenziario più chiacchierato di Milano, forse perché capace di far luce e "gossip" su ogni pagina buia di quel luogo così totalizzante e totalitario.
Si dice che un nuovo anno sia come un libro bianco e la "gazzetta" di piazza Filangieri ha scelto di aprirlo con uno speciale che getta lo sguardo sul dietro le quinte di uno spazio, al momento, radicalmente stravolto dal virus. Un virus colpevole di aver isolato il sistema detentivo da familiari, volontari e da responsabili di attività lavorative interne.
La rivista, raccomanda la direttrice, non va sfogliata, ma sgusciata come tentano di fare ogni giorno loro a loro stesse che scrivono. Essa vanta una storia lunga quasi otto anni e ha già conosciuto la penna di diverse detenute. Valentina è tra queste. La "giornalista" in erba racconta le sue prigioni e lo fa puntando i riflettori sulle condizioni di statico silenzio cui versano gli istituti di pena italiani in tempo di pandemia: "Sono stata arrestata per la seconda volta il 19 giugno 2020.
A San Vittore ci sono entrata in piena emergenza Covid. Dentro di me c'era un caos incredibile: l'isolamento, le persone che non potevano avvicinarsi al mio blindo, la poca comunicazione. È stato davvero faticoso non avere un appoggio iniziale, stare sola in cella quasi come una persona infetta, e non poter fare una doccia per giorni". A distanza di qualche mese la situazione non è cambiata. Anzi, per quanto le carceri italiane siano effettivamente alle prese con l'endemico sovraffollamento dei detenuti nelle celle, al loro interno predomina una sempre più ampia e tenebrosa voragine di solitudine spalancata sul nulla.
A testimoniarlo è la storia di Valentina: "Le misure in vigore non permettono che nessuno, neppure per gentilezza, possa offrirti una sigaretta, pena il rapporto disciplinare. Provo una sensazione assurda, di solitudine indescrivibile. Mi sento persa, abbandonata e spaesata, perché il carcere fa paura". A disarcionare la porta di sicurezza sono anche le parole di Martina, abitante del Raggio femminile di San Vittore. La galeotta piange i suoi amati dal 21 gennaio scorso: "Dissi a mia mamma: non ti allarmare, ma penso che fra poco chiuderanno i colloqui. Non mi sbagliavo, quello fu l'ultimo incontro pre-pandemia. Mai avrei pensato che il mondo, da quel momento, sarebbe profondamente cambiato".
L'annus horribilis ha lasciato un'impronta maledettamente indelebile anche nella vita di Stefania che, tra le pagine chiare e le pagine scure dell'inconsueto giornale, ha scelto di dipingervi quegli sciagurati istanti in cui quel gruppo di reclusi di San Vittore, al fine di protestare le misure preventive resesi necessarie a causa del Coronavirus, diede la struttura in pasto alle fiamme: "Era il 9 marzo 2020. Sembrava un giorno come un altro, anche se ovviamente l'aria era pesante. Verso le 10, mentre stavo facendo le pulizie durante la pausa dello spazio agenti, mi è stato detto che dovevo rientrare di corsa al Femminile. Il carcere stava attivando tutte le procedure d'emergenza, facendo uscire i civili e impedendo nuovi ingressi".
Che cosa stava succedendo? "Chiedevo spiegazioni ma nessuno rispondeva. Solo guardano il tiggì ho capito che al Maschile era in atto una rivolta". La redattrice-detenuta ora teme che le bieche azione degli accusati possano infangare ancor più il "buon" nome della galera: "Le carceri sono sempre state viste come una sorta di fabbrica del male, chi ne esce è in un certo senso bollato, adesso dopo questi fatti la visione della gente sarà di sicuro peggiorata".
La rabbia di Stefania è un grido che parla al nostro presente: "Sono stati scritti articoli e articoli, ma per quale ragione neppure una riga su chi come noi ha fatto ricorso alla violenza? Allora mi domando e dico: chi sconta una pena, perché deve essere punito per qualcosa che non ha fatto, ma che ha semplicemente subito?".
Con uno sguardo orizzontale, paritario e mai giudicante, ad accogliere le "urla" del popolo femminile di San Vittore è Renata Discacciati, anima fondatrice del laboratorio di scrittura in auge: "Parliamo di una minuscola ma feroce impresa, in grado di liberare ciascuno dai cassetti in cui è rinchiuso". Non a caso il certamen del Lab firmato "Saint-Victor" è per aspera ad astra. "Non so quando potremo ancora ricominciare le lezioni settimanali interne la casa circondariale, ma il fatto che tutte le redattrici abbiano voglia lo stesso di lavorare da sole mi ha scaldato il cuore e mi ha confermato quanto, a volte, io mi senta più a mio agio con loro che con le persone del mio mondo" conclude la punta di diamante della redazione più sconosciuta di Milano.











