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di Luisa Brambilla

iodonna.it, 4 ottobre 2024

Lo spettacolo della compagnia Opera Liquida va in scena dal 4 ottobre a Milano. In “Extravagare. Rituale di Reincanto” Ivana Trettel guida detenuti ed ex detenuti di Opera nella celebrazione della pacifica civiltà della Grande madre. La Compagnia Opera Liquida è formata da attori reclusi ed ex reclusi del carcere di Opera, Ivana Trettel è regista, drammaturga e guida del progetto organizzativo. L’abbiamo incontrata alla vigilia del ritorno sul palcoscenico di Extravagare. Rituale di reincanto. Lo spettacolo va in scena il 4 ottobre al teatro dell’Istituto penale per minori Cesare Beccaria. Viene riproposto il 15 ottobre al Pacta Teatro e il 25 ottobre al Teatro del carcere di Opera. Le rappresentazioni hanno la regia di Ivana Trettel e sono parte di un programma più vasto che prevede la messa in scena di Antigone della Compagnia Punto Zero il 24 al carcere di Opera e di un seminario e una masterclass ad accesso gratuito rivolti a operatori e studenti universitari.

Perché Opera Liquida?

“Il nome si rifà al concetto di “società liquida” coniato dal filosofo e sociologo Zygmut Bauman che identificava nella fluidità del vivere sociale un elemento negativo. Quando abbiamo iniziato con questo progetto, nel 2009, invece, abbiamo volto in positivo questo concetto. Essere liquidi all’interno di un carcere è un vantaggio perché i fluidi non conoscono sbarre, serrature. Dentro un’istituzione totale ho pensato che non potesse essere che buono ciò che va oltre le barriere, le sbarre. Ora la nostra compagnia è formata da detenuti ed ex detenuti del carcere di Opera. Ci sono persone fuori da otto anni che lavorano con noi a questo spettacolo. Il primo laboratorio drammaturgico è stato nel 2009, I luoghi dell’altro. Era ambientato su un altro pianeta e ragionava sul senso della vita in stato vegetativo, senza mai citare la vicenda all’ordine del giorno di Eluana Englaro. I detenuti riflettevano sul coma emotivo, uno stato di sospensione dell’esistenza con cui definivano la loro esperienza in carcere. Il carcere si è molto evoluto da allora”.

Dalle carceri italiane si parla per l’emergenza dei suicidi, tra i detenuti e il personale, l’inadeguatezza delle strutture edilizie, le violenze, il sovraffollamento… Non teme che l’attività teatrale finisca a essere la foglia di fico delle tante mancanze nei confronti dei reclusi?

“Questo è un momento drammatico di sovraffollamento e di mancanza di personale. È una situazione delicata. Quando dico che nel 2008 era molto diverso, non mi dimentico affatto di tutte le terribili criticità, da quelle strutturali all’emergenza dei suicidi. Ogni carcere è un territorio differente, ci sono le carceri circondariali, ci sono gli istituti di reclusione e poi ci sono le diverse tipologie di carcere (a custodia attenuata, di massima sicurezza, psichiatrico giudiziario, per dire). Sostengo che è molto cambiato perché nel 2009 le attività proposte ai detenuti erano veramente pochissime. Oggi, al carcere di Opera, c’è la formazione professionale. Per esempio nell’ambito di quello che fa la Opera Liquida c’è il reparto delle professioni del teatro; quindi, il coinvolgimento dei reclusi non è solo come attori, ma anche come costumisti, tecnici audio, luci e scenografie. Portiamo avanti questa attività dal 2018, grazie al progetto per Aspera ad Astra (una rete di 16 realtà sostenute da Acri che nasce sul modello di Armando Punzo e della sua compagnia della Fortezza di Volterra). La nostra attività, al carcere di Opera, è in un palinsesto che comprende la scuola, dall’alfabetizzazione ai corsi della università Bocconi. E altre opportunità professionalizzanti, come il laboratorio dei violini, che forma i liutai. Credo che una persona detenuta che si chiarisca un po’ le idee e voglia fare percorsi di crescita personale possa avere ottime opportunità in questa struttura. Certo, non è un campus. Ma il rischio che il teatro o le attività espressive si limitino a essere uno specchietto per allodole, perché mediaticamente molto spendibili, esiste laddove manca tutto il resto. O dove la proposta teatrale è gestita come un momento ricreativo, di distensione. Poi c’è il problema enorme, del dopo, e del reinserimento della persona formata, motivata, nella società”.

Quanto tempo è occorso per realizzare Extravagare. Rituale di reincanto?

“Di solito il tempo per portare al debutto uno spettacolo è un anno e mezzo. Extravagare. Rituale di reincanto (che ha debuttato nel 2023, a novembre) ha richiesto più mesi di lavorazione, perché ha mosso i primi passi durante la pandemia. In quel clima sospeso, di distanziamenti estremi, che ben ricordiamo”.

Da cosa nasce Extravagare. Rituale di reincanto?

“Tra gli spunti che hanno fatto germinare l’idea un’intervista dell’antropologo statunitense Arjun Appadurai che sottolineava come il Covid ci avesse rivestiti di una imprevista enorme responsabilità nei confronti del prossimo. Il nostro comportamento, noi stessi potevamo essere veicolo di malattia e morte per l’altro. Dopo che il nostro unico compito sociale da decenni sembrava essere dei consumatori. E di come antropologicamente non fossimo pronti per questo sovrappiù di responsabilità. E ancora, c’era il nostro essere attoniti davanti agli eventi, divisi tra chi negava tutto e chi era terrorizzato da tutto. Abbiamo cercato altri testi, abbiamo approfondito il tema dei riti - di quei gesti che ci legano gli uni agli altri in prossimità- e della loro scomparsa, a quel punto quasi totale dal nostro orizzonte. Finché con il coautore dei testi Alex Sanchez ci siamo imbattuti negli studi sulla società della Grande dea madre”.

Che cosa è la società della Grande Madre?

“Ci siamo rifatti agli studi di Marija Gimbutas, un’archeologa e linguista del Novecento che rivoluzionò gli studi sull’età preistorica. Postulò l’esistenza di una civiltà matrifocale, fino all’età del Bronzo (tra il 3500 e il 1100 A.C.) che ruotava con sfumature diverse nei luoghi differenti attorno alla figura della Grade Dea Madre e ai culti della fertilità. Una società pacifica e felice, di cui trovò testimonianze in piccoli manufatti sparsi per l’Europa e attorno al Mediterraneo e che nella sua ricostruzione fu sopraffatta dalla cultura patriarcale dei Kurgan. Ancora restano tracce quasi cancellate, nella nostra cultura. Come il caduceo dei farmacisti, il simbolo del bastone che porta arrotolato il serpente: quel serpente lì è un simbolo della Dea Serpente cretese. Ed egualmente il toro, la cui testa ricorda il profilo dell’utero femminile ed è simbolo di fertilità, anziché di forza maschile. Questo è presente in scena nell’installazione ispirata all’opera Grande oggetto pneumatico, realizzata negli anni ‘50 dal Gruppo T, il cui fondatore è stato l’artista cinetico Giovanni Anceschi, che ha collaborato con noi. Lo spettacolo firmato da me e da Alex Sanchez è l’esplorazione di questa civiltà, società non belligerante, in perfetta parità tra i generi e dedita alla ricerca di cultura e bellezza. Per ribaltare con forza l’idea di un male insito nella natura umana”.