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di Paolo Verri


Il Giorno, 25 agosto 2020

 

Neanche sapeva di essere a processo, via le condanne. L'uomo ha lasciato il carcere di San Vittore, ora è in cura a Castiglione delle Stiviere. Arrestato a gennaio, quando è arrivato nel carcere di San Vittore gli sono piovute addosso due condanne precedenti per tentata rapina e resistenza. In totale, 4 anni di reclusione. Peccato che non ci fosse alcuna "prova certa" che sapesse che erano stati avviati due processi a suo carico, finiti con sentenze a lui sfavorevoli.

Abbastanza perché il protagonista di questa intricata vicenda di mala giustizia, un uomo di 48 anni che da tempo soffre di "gravi patologie psichiatriche", venisse scarcerato. A far emergere le sue precarie condizioni di salute è stata l'avvocato Alessandra Calcaterra, nominata difensore di fiducia dopo l'arresto di 8 mesi fa.

"Nel corso di quel procedimento - ha spiegato il legale - è stata disposta una perizia psichiatrica e il mio assistito è stato giudicato totalmente incapace di intendere e volere". Abbastanza perché il 48enne potesse lasciare San Vittore per essere curato. Restava però da superare l'ostacolo delle due condanne, emesse nel 2018 e ormai diventate definitive.

Entrambi i processi erano stati celebrati davanti al Tribunale di Milano senza che l'uomo ne sapesse nulla. In un caso, infatti, tutti gli atti erano stati notificati al suo difensore d'ufficio, che non lo aveva avvertito e a sua volta non aveva partecipato alle udienze. Anche il giudice aveva definito la "continua e ingiustificata assenza" del legale "veramente ignobile".

Il secondo caso è più complicato. Né l'avvocato - anche questa volta d'ufficio - né i giudici avevano rintracciato l'uomo, che negli ultimi anni ha abitato in diverse città d'Italia. A tutto questo si era aggiunto un errore di notifica: "inspiegabilmente" l'avviso di chiusura delle indagini e il decreto di citazione a giudizio erano stati mandati a un legale non era quello nominato in un primo momento. A giocare a favore dell'uomo, anche una sentenza della Cassazione (le motivazioni sono state depositate il 17 agosto) che stabilisce come non basti l'elezione di domicilio da parte di un indagato presso il difensore d'ufficio.

Ci vuole di più. Spetta al giudice "verificare" che "vi sia stata un'effettiva instaurazione di un rapporto professionale" tra l'avvocato e il suo cliente "tale da far ritenere con certezza che abbia conoscenza del procedimento" o che si sia "sottratto volontariamente" alla legge. Così la Corte d'appello ha deciso di annullare le due sentenze precedenti. Ora, in attesa dei nuovi processi a cui potrà partecipare, il 48enne verrà seguito dagli specialisti della Rems di Castiglione delle Stiviere.