di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 ottobre 2025
Due vite spezzate nel giro di dodici ore avvenuti nel carcere milanese di San Vittore. Altri tre detenuti hanno avvertito un malore. E un’indagine che ora cerca di capire se dietro questa doppia tragedia ci sia un filo comune o solo un tragico caso. La sequenza degli eventi ha dell’inquietante per la sua rapidità. Giovedì sera, verso le 20, un cittadino peruviano di 36 anni muore al Policlinico di Milano dopo essere stato trasportato d’urgenza dall’infermeria del carcere. Non aveva problemi di salute noti. Si era sentito male in cella e la sua condizione era precipitata in poche ore. Ieri mattina, giovedì, alle 7, un cittadino marocchino classe 1977, ospitato in un altro reparto del carcere, viene trovato senza vita nella sua cella. Aveva disturbi di salute pregressi. Anche per lui, arresto cardiaco. Due reparti diversi - il 5 e il 3 - due uomini che non si conoscevano, due morti sospette che hanno fatto scattare immediatamente l’allarme.
Il Dipartimento regionale dell’Amministrazione penitenziaria, in una nota ufficiale diffusa in giornata, ha fornito le prime indicazioni sulle possibili cause dei decessi: ‘ Dalle prime informazioni, una morte sarebbe riconducibile alla presunta assunzione di oppiacei, mentre la seconda è probabilmente per altre cause (emorragia gastrica)’. Due ipotesi distinte, dunque, che allontanerebbero lo scenario di una partita di droga letale circolata all’interno del penitenziario. Ma gli inquirenti non escludono nulla. Il procuratore di Milano Marcello Viola ha preso personalmente in mano il coordinamento delle indagini, affidandole ai pm di turno Carlo Scalas ed Enrico Pavone. Per entrambi i detenuti è stata disposta l’autopsia, esame fondamentale per chiarire con certezza le cause della morte. I decessi erano stati inizialmente segnalati come ‘morte naturale’, ma le circostanze hanno subito insospettito gli investigatori.
La macchina della sicurezza si è messa in moto immediatamente. Gli agenti della polizia penitenziaria hanno bloccato l’ingresso degli operatori esterni e avviato una perquisizione straordinaria dell’intero istituto, molto più approfondita di quella quotidiana. Le unità cinofile antidroga hanno setacciato ogni angolo del carcere alla ricerca di sostanze stupefacenti. Esito: negativo. Nel frattempo, altri tre detenuti hanno accusato malori. Sono stati immediatamente assistiti dal personale sanitario e, al momento, risultano fuori pericolo. La polizia penitenziaria li ascolterà nelle prossime ore per ricostruire eventuali dinamiche comuni.
“Sono tragedie che colpiscono tutti, in una situazione che già non è bella. Le carceri in generale devono fare un passo verso la civiltà”. Parole significative quelle di Luigi Pagano, garante dei detenuti del comune di Milano, che conosce bene San Vittore per averlo diretto per anni. Recatosi immediatamente sul posto appena appresa la notizia, Pagano ha commentato: “Di sicuro c’è che ci sono due ragazzi morti e si sta cercando di capire se c’è un filo comune. Episodi come questi possono succedere e lo dico da ex direttore, collegarli è la prima ipotesi ma servono degli accertamenti. Parliamo di 1.100 persone”. Un numero, quello dei detenuti, che fotografa il sovraffollamento cronico di una struttura ottocentesca, pensata per tutt’altre dimensioni e condizioni di detenzione.
San Vittore non è un carcere qualunque. Costruito alla fine dell’Ottocento su modello del “panopticon” settecentesco, con le sue sei braccia e le “rose” di passeggio per impedire la comunicazione tra reclusi, è diventato nel corso del Novecento uno dei simboli - spesso drammatici - del sistema penitenziario italiano. Durante la Seconda guerra mondiale fu parzialmente controllato dalle SS tedesche. Oggi ospita oltre mille detenuti in spazi inadeguati, in condizioni che lo stesso garante definisce “non belle”. La tragedia odierna riaccende i riflettori su una realtà che troppo spesso sfugge all’attenzione pubblica: quella delle nostre carceri, sovraffollate, obsolete, dove la dignità umana fatica a trovare spazio e dove ogni morte solleva interrogativi che vanno oltre le singole responsabilità. Le autopsie diranno se si è trattato di overdose, di malattie preesistenti o di altre cause. Ma resta un dato incontrovertibile: in dodici ore, due uomini sono morti dietro le sbarre. E questo, di per sé, è un fallimento collettivo.










