di Donatella Mega
ilsussidiario.net, 17 novembre 2025
Chi si sia detenuti o che si viva fuori dal carcere, c’è un bisogno che accomuna tutti gli uomini e li fa sentire vicini. Dopo mesi di silenzio, seguiti alla vicenda di Emanuele - di cui scrissi a maggio sulle vostre pagine - torno a raccontare le mie personali esperienze legate al mondo carcerario. La vicenda di Emanuele, che tanto mi ha turbata, mi ha costretta a ripensare il mio sguardo sulla realtà del carcere, che da anni mi riguarda da vicino: “Che cos’è l’uomo perché te ne curi?” (Salmo 8) è la provocazione che mi ha accompagnato in questi mesi. Dopo un episodio come questo, quelle parole mi sono apparse di una concretezza mai prima sperimentata. Come disse il beato Rosario Livatino, primo giudice elevato agli onori degli altari nel 2021, in occasione di un sopralluogo a seguito di un omicidio, regolamento di conti fra mafiosi, che non suscitava la pietà di nessuno: “Di fronte a un uomo che muore, chi crede prega; chi non crede, sta in silenzio”.
Io, che mi definisco una donna di fede, ho fatto silenzio. E in quel silenzio ho cominciato a guardare il carcere anche con gli occhi di chi lo vive da fuori. Chi esce dal carcere è di una fragilità paradossale, spesso peggiore di quella di chi vi rimane dentro: buttato in mezzo a una strada, come se la libertà fosse solo assenza di sbarre. È una prigionia forse ancora più dura, simile a quella che vive - senza accorgersene - chi si dice libero, ma ha prigioni interiori ancora più pesanti. Il detenuto che esce, invece, ne è consapevole: sente addosso l’assenza di affetti, di un lavoro, di un tetto, e soprattutto il marchio dentro di sé. Non si libera facilmente dello sguardo che ha imparato a rivolgersi, fino a non sapere più chi è davvero.
La solitudine di chi esce può essere più devastante della carcerazione: è un vuoto terribile, che ti rimane addosso. Di questo abbiamo parlato nel secondo incontro del ciclo francescano “Le nostre prigioni interiori / Dal buio alla luce”, tenutosi nel carcere di Bollate lo scorso 8 novembre, condotto dalla psicologa Enrica Sarrecchia. L’incontro, promosso dalla Cappellania su iniziativa dell’Associazione di volontariato Incontro e Presenza e dell’Ordine Francescano Secolare, in occasione dei Centenari francescani 2025/2026, ha visto la partecipazione di un centinaio di detenuti e volontari. Il filo conduttore dell’incontro è stato il desiderio dell’uomo di cercare un senso. Una riflessione ispirata al pensiero di Viktor Frankl, lo psicologo austriaco che visse l’orrore dei campi di concentramento e portò la psicologia su un piano più spirituale, indicando la mancanza di senso come la vera patologia della modernità: la prigionia del non-senso.
“Siamo responsabili delle nostre sofferenze”, ha detto la psicologa citando Frankl, “nel senso che la libertà ultima di ogni uomo è poter decidere cosa fare di fronte alle sfide della vita: soccombere e maledire, oppure reagire e cercare un senso. Non puoi forse cambiare le circostanze, ma puoi decidere come affrontarle”. La resilienza come un fiore che nasce da un terreno arido contro la resistenza come passiva accettazione dell’aridità. È la ricerca del senso dell’esistenza ciò che rende un uomo libero. Mentre la relatrice parlava, mi sono sorpresa a guardarmi intorno: volontari e detenuti seduti uno accanto all’altro. Li riconosci, perché li conosci, ma senza separazioni non potresti distinguerli.
Quel giorno, tra l’altro, non c’erano nemmeno le guardie a garantire la sicurezza: eravamo tutti lasciati alla libertà di decidere cosa fare, perché nessuno ci controllava. fino a sederci vicino. La percezione netta è stata quella di una prossimità assoluta, non solo fisica ma esistenziale. Ciò che vale per loro - la ricerca di un senso, anzi del senso - vale anche per me. Questa è la coscienza di una prossimità vera. E ho pensato che, se è vero che senza senso la vita è una prigionia, è altrettanto vero che da soli non ce la facciamo.
Me lo ha ricordato un detenuto al termine dell’incontro, quando ha detto: “Ho incontrato persone nel cui sguardo mi sono sentito rinascere. Mi hanno guardato come nemmeno io riuscivo a guardarmi, e hanno riacceso in me una speranza che credevo spenta. È stato attraverso l’incontro con i volontari di Incontro e Presenza che ho scoperto di avere una responsabilità: rispondere di ciò che ho, che amo, che soffro. E anch’io divento un punto di luce per gli altri in carcere, perché non sia più solo un luogo buio, ma di possibilità: essere mani piene di fiori da donare agli altri”.
Chi vive la prigionia conosce solo passato e presente: un passato che non può più cambiare, un presente che è buio, e un futuro che non esiste. Mi sono venuti in mente i versi di una canzone di Vasco Rossi - “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha” - e il titolo di un testo di don Luigi Giussani, “L’incontro che accende la speranza”. È talmente vero che senza senso un uomo non può vivere che, paradossalmente, lo cerca anche quando ha già deciso che non c’è, anche contro ogni evidenza “apparente”.
L’evidenza più vera, infatti, è il desiderio che ci troviamo addosso: qualunque situazione affrontiamo, qualunque male ci abbia colpiti o di cui siamo stati complici, questa esigenza è innata. Ce l’abbiamo addosso sia noi, che ci reputiamo “a posto”, fuori dalle sbarre, sia chi ha sbagliato - anche gravemente - e ne sta subendo le conseguenze.
È anche vero che il senso non lo si trova da soli, a meno che non si sia un Gandhi o un Martin Luther King, capaci di un atto titanico di introspezione, umanamente quasi impossibile. Per la maggior parte di noi, poveretti e senza forze, il senso nasce solo da un incontro, ma non uno qualunque: un incontro capace di far breccia nella domanda di significato che è, in fondo, domanda di infinito. Ciò che rimane umanamente percorribile è la mendicanza: domandare che questo incontro diventi avvenimento nella nostra vita. È lo scopo della caritativa che don Giussani chiedeva ai suoi come gesto principe per scoprire il senso della vita e non soccombere alle circostanze, anche le più drammatiche. La mendicanza è la più alta espressione umana di libertà: nessuno può togliercela, ed è ciò che ci permette di scoprire la nostra natura di uomini. Un altro detenuto ha ricordato che gli incontri con i volontari sono come l’arte del kintsugi, quella che ricompone i cocci ormai distrutti con la polvere d’oro: “Noi siamo quei cocci, e i volontari gli artigiani che, meticolosamente e instancabilmente, lavorano su di noi. Con la loro speranza riaccendono la nostra”. Il carcere, come ogni circostanza estrema, costringe a riconoscersi come bisogno d’infinito: sia chi vi entra per un delitto, sia chi vi entra per tentare di ricostruire i cocci, prima di tutto i propri. E solo chi è infinito può rispondere a questo bisogno.










