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L’Unità, 14 settembre 2024

I laboratori Spes contra Spem di Nessuno tocchi Caino sono una miniera di valori preziosi. In otto anni di “lavoro” collettivo e cooperativo tra detenuti e detenenti, tra liberi e semiliberi, tra persone al di qua e al di là delle sbarre, il “fatturato” in termini di umanità nuova, cambiamento interiore ed elevazione della coscienza, è inestimabile, e incomparabile rispetto a ogni altra impresa umana. Soprattutto il Laboratorio di Opera, il primo a essere istituito, ogni mese regala storie come quelle di Antonio e Gioacchino che qui proponiamo. Storie che testimoniano che il cambiamento è possibile anche tra i condannati che per la legge del “fine pena mai” sono gli immutabili dell’universo carcerario, gli irredimibili per sempre.

La lettera di Antonio Aparo*

Caro Sergio, non è facile raccontarmi al di fuori dei nostri laboratori, quel prendere la parola ogni volta, la paura di non riuscire a parlare, troppi anni nei quali non ho avuto la possibilità di parlare, racchiuso nel mio mutismo di persona ristretta al 41 bis. La condanna è una pena, ma se questa lunga pena non ti porta, a te che la sconti, a poter riflettere se avrai o meno un futuro, allora, ecco che la maturazione non avviene ma si manifesta nella sua terribile regressione.

Io conosco poche parole, la mia cultura è disorganizzata, ma grazie ai laboratori e soprattutto a Nessuno tocchi Caino, sto ampliando il mio vocabolario. Dopo aver frequentato per cinque anni un corso di agraria senza poter conseguire il diploma, sono dovuto arrivare a Opera. Dopo 29 anni di carcere espiato, mi sono iscritto al V. Benini e, in quattro anni, ho conseguito l’agognato diploma di ragioneria con 81 centesimi.

Oggi sono una matricola universitaria alla Statale di Milano. Dopo aver riflettuto a lungo con il mio tutor, ho scelto il corso di Storia. Lo scorso 20 giugno ho sostenuto il primo esame universitario: Età moderna, 1454, pace di Lodi; Napoleone e il blocco continentale, 1805-1810, patto rotto dalla Russia. Mi sono preparato a lungo per questo esame. Era il primo e ci tenevo tantissimo a fare una bella figura. Non sentivo salire l’arrivo, e non capivo se fosse normale. A un certo punto ho detto a me stesso: Antò, vai avanti, perché non stai facendo nulla di male. Confesso che ho scelto l’aula nella quale esibire la mia straordinaria oratoria. D’altra parte giocavo in casa, perché era l’aula dove ho trascorso gli ultimi quattro anni, più di 800 giorni, a studiare, 3.200 ore.

Da circa un mese, nell’area pedagogica, hanno realizzato un pollaio nel quale sono internati due galli che cantano giorno e notte. Il rituale della presentazione inizia con la discussione a bassa voce. Ad alzare il volume ci pensano i galli che si trovano all’esterno dell’aula. Una situazione surreale nella quale spesso perdevo la concentrazione; eppure sono stato un pastore, ho sempre avuto a che fare con gli animali, ma mai avevo sentito cantare dei galli ininterrottamente. Dopo alcune esitazioni si rompe il ghiaccio. La prima domanda: 7 ottobre 1571. Risposta: Battaglia di Lepanto. Comandante Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, fratellastro di Filippo II di Spagna, a sua volta fratello di Margherita d’Austria, anch’essa figlia naturale di Carlo V. È stato un susseguirsi di date e risposte, lunghe, troppo lunghe, tanto che, alla fine, per il mio solito divagare, ho perso la lode.

Le mie risposte sono state un po’ prolisse, ma ricche di particolari. Parliamo dell’infanta Caterina Micaela d’Asburgo, figlia di Filippo II, moglie di Carlo Emanuele I di Savoia. La domanda: chi è la Cantona? La risposta è molto semplice, per me che sono un ricamatore. La Cantona è una ricamatrice di Milano, VI secolo, che esegue i suoi lavori con il “punto raso” di cui l’infanta aveva regalato alcune stole fatte con le sue mani alla chiesa di Mondovì. Tecnicamente il punto raso viene eseguito con una fila di punti lanciati lunghi e corti alternati, per poi eseguire la fila successiva al contrario.

Dopo quasi 100 minuti, 6.000 secondi, terminate tutte le domande, alle 16, la professoressa si è alzata dicendo: va bene 30? Non le do la lode perché lei ha divagato. Naturalmente ho accettato il voto promettendo a me stesso di imparare dagli errori. D’altronde ho deciso di studiare per imparare. Non ho altri obiettivi, amico mio, che la conoscenza fine a sé stessa.

*Ergastolano detenuto a Opera

La lettera di Gioacchino Calabrò*

Sono nato il 2 giugno 1946, proprio il giorno in cui è nata la Repubblica Italiana, in un piccolo paese del profondo sud. Da bambino, quando frequentavo la scuola elementare, avevo un “problema” con un maestro, poiché sbagliavo i verbi e di conseguenza venivo bacchettato. Per ripicca, quando vedevo posteggiata la sua auto, gli bucavo le gomme. Alla fine, l’unica cosa che ho imparato sono state le ritorsioni nei suoi confronti. Allora, in Sicilia c’era una grande ignoranza e tanta miseria. Chi conosce Danilo Dolci sa di cosa parlo. Lo scrittore si è fermato a Trappeto, un luogo situato sulla costa nel Golfo di Castellammare. Racconta di fame, violenza, povertà, mafia e degrado. A scuola andavo male anche perché quando tornavo a casa non avevo tempo per studiare. Andavo a lavorare per imparare il mestiere e all’età di 13 anni guadagnavo come un artigiano di 30. Dopo aver fatto il militare mi sono aperto un’attività tutta mia e la mia fidanzata, poi diventata mia mogl ie, stava in ufficio e teneva la contabilità.

Andava tutto bene. Poi sono stato attratto dal canto ingannevole delle Sirene e sono stato arrestato all’età di 39 anni per i gravi reati commessi nell’ambito dell’associazione mafiosa. Cosicché ho rovinato la mia vita, quella dei miei cari e, ancora più grave, quella di molte vittime innocenti.

Quando mi hanno arrestato avevo solo la quinta elementare. Per scrivere una lettera consumavo un intero block-notes. All’inizio mi è stato applicato il regime dell’articolo 90, poi quello del 41 bis dove ci sono rimasto per vent’anni. Senza avere la possibilità di frequentare la scuola, ho cercato in tutti i modi di migliorare la mia cultura leggendo tutto ciò che mi capitava e come antidoto alla pazzia scrivevo lettere a destinatari immaginari che poi strappavo.

Dopo vent’anni di questo “tortuoso” regime mi hanno declassificato e sono stato trasferito nel carcere di Biella.

La prima cosa che ho chiesto alla direttrice è di andare a scuola. Qui nasce la mia seconda esperienza scolastica. Non c’era un corso di terza media, ma c’erano delle bravissime professoresse volontarie che mi hanno preso per mano. Pagina dopo pagina, ho apprezzato il fuoco e l’energia che sprigionano un libro. L’ho scoperto con la bontà, l’altruismo e la tenacia delle insegnanti che mi hanno istruito fino a superare, con ottimi voti, l’esame della terza media. Ero orgoglioso, non tanto per me, che ero un ergastolano ostativo, quindi col “fine pena mai”, ma per loro che piangevano di gioia per le risposte sensate che davo alla Commissione. È stato questo il primo passo che ha determinato un’apertura mentale. Avevo spezzato le mie catene.

Poi sono stato trasferito nel carcere di Opera. Anche a Milano la prima cosa che ho chiesto era poter studiare. Prima che arrivasse questa possibilità, sono passati quattro anni. Comunque, anche qui ho scoperto un filone d’oro nello studio, perché apre le porte alla mente, è una luce che giorno dopo giorno illumina sempre più. I professori, oltre alle proprie discipline, hanno insegnato molto di più, mi hanno fatto capire cos’è il bene e il male, cos’è la vita e l’etica. Sono stati e lo sono ancora una fonte di sapere e di amore per il prossimo. Mi hanno trasformato in una persona consapevole.

Oltre alla scuola, frequento il corso di lettura “fine pena ora” ogni giovedì. Raramente salto qualche incontro, perché oltre alla lettura ci ritrovo importanti insegnamenti di vita, di comportamenti, di armonia, di apertura mentale, di giustizia riparativa. Faccio anche teatro. Non avrei mai pensato di esibirmi davanti a un pubblico, eppure ho superato anche questo limite.

Professori, tanti volontari, insieme agli educatori del carcere, mi hanno inculcato il diritto. Io sapevo che esiste una Costituzione, ma non avevo mai letto un articolo. La professoressa di diritto, Clementina Staiti, piano piano, mi ha fatto capire il grande lavoro dei nostri padri e madri della Costituzione che si sono messi insieme con rispetto reciproco e lasciandosi alle spalle molti pregiudizi per scrivere questa stupenda carta dove ogni parola è stata cesellata con un lavoro certosino.

Dopo la maturità, nel 2013, i professori mi hanno voluto nel corso di amministrazione finanziaria e marketing. Pochi giorni fa ho ricevuto la pagella con quasi tutti dieci. Alla fine di questo percorso scolastico ho presentato un permesso di poche ore, dato che da 25 anni non faccio colloqui, perché i miei cari non se la sentono di entrare in carcere. Dopo due anni di istruttoria è stato dichiarato inammissibile, perché mancava la relazione del carcere. Poi ne ho presentato un altro e anche questa volta lo hanno dichiarato inammissibile. La sintesi era stata redatta dall’Istituto, però mancava il parere della criminologa.