di Letizia Magnani
Grazia, 6 ottobre 2022
È una mostra speciale quella che si apre il 9 ottobre al Pac-padiglione d’arte contemporanea di Milano, perché ha per protagonisti i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria di quattro carceri milanesi (San Vittore, Bollate, Opera e l’istituto penale per minorenni Beccaria). Dopo un corso di formazione, con la possibilità di usare le macchine fotografiche anche nelle celle e (per gli agenti) negli orari di lavoro, hanno raccontato la vita in prigione con immagini difficili da dimenticare. Progetto del Pac con la onlus” Ri-scatti”, ingresso gratuito. Fino al 6 novembre.
Una madre che ha sbagliato. Una ragazza mai amata. Tanti giovani pieni di rabbia. Sono i detenuti che hanno raccontato la loro vita in carcere con le immagini esposte alla mostra benefica “Ri-Scatti”. E qui dicono che solo l’ascolto aiuta persone come loro a rinascere.
Leticia è una giovanissima detenuta di origini brasiliane. È in carcere perché faceva la sentinella della droga. Quando le hanno chiesto se voleva imparare a scattare fotografie, ha risposto subito sì. E ora per la prima volta nella sua vita si sente utile e ascoltata. Ci sono altri detenuti come lei che, seppur dietro le sbarre, hanno trovato nuova linfa per ricominciare. Le foto che hanno imparato a realizzare sono ora esposte in Ri-Scatti, il progetto ideato dal PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, e da Riscatti Onlus, l’associazione che crea eventi di riscatto sociale con la fotografia, promosso dal Comune di Milano, con il sostegno di Tod’s. La nuova edizione, dal 9 ottobre al 6 novembre, torna patrocinata dal ministero della Giustizia e realizzata con il Politecnico di Milano e il Provveditorato Regionale Lombardia del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: si propone di raccontare le difficoltà della reclusione, ma anche il riscatto civile e umano. “Volevamo dare voce alle persone che non vediamo mai. Lo abbiamo fatto ricercando un gesto artistico nello sguardo di chi vive il carcere da recluso o da persona che ci lavora”, dice il curatore della mostra, Diego Sileo. Gli autori delle foto sono 60 detenuti, 40 agenti di polizia penitenziaria, un educatore. Per 11 mesi ogni settimana Sileo è entrato nelle quattro carceri milanesi coinvolte: San Vittore, Opera, Bollate e il carcere minorile Cesare Beccaria. Con lui c’era Amedeo Novelli, fotografo professionista di Riscatti Onlus. “Quando lavori in carcere devi andare oltre il pregiudizio. Non ci siamo informati sui reati delle persone, volevamo costruire un rapporto di fiducia”. Il risultato sono le 860 immagini raccolte nel catalogo della mostra: i proventi finanzieranno opere di riqualificazione in ogni carcere. Ilaria deve scontare una pena di 26 anni, ha due bambini piccoli che vede poco: con le foto è riuscita a raccontare gli spazi intimi di una donna che vive la sua condizione. A San Vittore Martina, oltre a frequentare il laboratorio di fotografia, lavora nel bar. Non può vedere suo figlio. “È stato difficile anche lavorare con i ragazzi del carcere minorile Beccaria. Sono arrabbiati, vengono da quartieri con marginalità e le loro famiglie sono povere. In gruppo fanno i bulli”, racconta Novelli. “Anche i carcerati del reparto La Nave di San Vittore sono stati arrestati per droga. Uno di loro, che è stato ritratto in un’immagine, qualche settimana dopo la foto si è tolto la vita. Per noi è stato uno shock”. Suicidi: nelle carceri italiane se ne sono contati 62 nel 2022, ed è una delle emergenze quotidiane. Lo sa Roberto Cabras, uno degli agenti di polizia penitenziaria che hanno partecipato. “Lavora da quando ha aperto il carcere di Bollate. Sono suoi i ritratti fatti dentro le celle: si è conquistato il rispetto dei detenuti ed è uno dei pochi agenti che possono entrare in spazi così privati per quelle persone”.










