di Andrea Galli
Corriere della Sera, 16 dicembre 2020
I senzatetto: dormitori ancora da sanificare. "Fate qualcosa o qui finisce molto male". La strada è sempre onesta, basta stare ad ascoltarla. Ascoltiamo Lucio, 52 anni, e Stefano, 45 anni. Comincia quest'ultimo: "Se sono qui sotto un portico è perché ho fatto un po' di bordelli. Ma grossi bordelli, oltre a marcire in galera per un pezzo".
"Per bordelli intendi che hai accoppato qualcuno?" domanda Lucio che arriva subito al dunque. "Fatti i cavoli tuoi". In realtà, puntualizza Stefano, emigrato dalla Sardegna a inizio degli anni Novanta, loro due si vogliono un gran bene. O quantomeno, si sopportano serenamente, alleati come sono per sopravvivere.
Alle 21.21, in via Hoepli, sul marciapiede opposto rispetto all'omonima libreria, di fronte alle vetrine di Intesa Sanpaolo, Lucio e Stefano stanno per andare a dormire. Lucio ha steso dei cartoni. Tre strati. Con la punta delle scarpe bianche da tennis provvede affinché i cartoni siano ben allineati e il più possibile piani; tra poco ci si stenderà sopra, dentro il sacco a pelo. "Un unico centimetro di esposizione fuori dai cartoni, a contatto col pavimento, ti frega. Si gela prima un pezzo del corpo e nemmeno lo senti. Poi il freddo si prende le ossa. Una frase fatta ma provalo dal vivo e inizierai a piangere di brutto".
Lucio ha una giacca a vento sotto un giaccone. "Io ti chiederei anche altri vestiti, ma qui il problema è dove poi li metto. Mica posso lasciarli nell'armadio". Lui s'accompagna con due borsoni di colore nero, di quelli da palestra. Dice Stefano: "Ognuno ha la sua postazione e di norma non arriva uno alle tre di notte e ti sbatte via a calci in faccia sostenendo che lo spazio è suo. Guardati attorno, da qui al Duomo possiamo starci in diecimila. Una volta magari potevi anche abbandonare la roba e non la toccavano... Ma siamo così tanti, anzi siamo troppi, troppi davvero, che ci facciamo la guerra tra di noi e se non ci si inventa qualcosa, 'sto inverno finisce in strage, crepiamo tutti ibernati". Lucio lo interrompe per sintetizzare: "Una guerra tra poveri".
Ha già visto l'una e gli altri.
Viene dall'Albania, erano gli anni Novanta anche per lui, quando lasciò casa, che stava nei paesini isolati e poveri sulle montagne, e scappò sul gommone dalla guerra civile. Ma stava parlando Lucio: "Voi italiani mi domandate perché non torno là. E a fare?". Magari a cercare lavoro, gli consiglia Stefano, "calcolando che in Albania la vita costa dieci volte di meno. Te lo dico io, il motivo per cui resti. A Milano, la giornata la porti a casa, un lavoro, anche da schiavo, lo trovi". Pacatamente, Lucio lo contesta: "Un anno fa sì, ti posso anche dare ragione. Ma oggi?".
Ecco, oggi. Stefano chiede l'ora; "quasi quasi" annuncia, "salgo sulla 90-91 e mi sparo una notte intera". Un filo preoccupato, Lucio domanda: "Sicuro?".
L'interrogativo genera una lunga pausa di sospensione. "Hai ragione. Siamo una tale marea, peraltro tutti con la stessa idea, quella di infilarci a una cert'ora sul bus e dormirci, che sta succedendo 'sta cosa. Spengono il riscaldamento. Qualche autista incattivito col mondo, quando vede che siamo gli unici passeggeri ci lascia al freddo apposta. Magari così la capiamo che dobbiamo scendere".
E scendete? "Col c..., meglio quella grossa scatola congelata del marciapiede" dice Stefano. Che ha ancora parecchio da raccontare, mentre Lucio torna a occuparsi dell'allineamento dei suoi cartoni. "Sono stato a parlare con gli assistenti sociali. Stanno già nel caos di loro, con la pandemia chi già non ci stava con la testa è esploso, se prima vedeva i fantasmi adesso c'ha i mostri nella testa. Comunque, ho supplicato di farmi avere un letto.
Hanno spiegato che sono in ritardo con le sanificazioni dei dormitori. Che genialità, magari potevano portarsi avanti, il piano freddo scattava a novembre... Noi siamo l'ultimo pensiero. I barboni, che s'impicchino!". Parla guardando Lucio, che ha avuto in dono un piatto di pasta al ragù da un altro senzatetto. La scena introduce una digressione di Stefano: "Avevo un fornelletto da campeggio. Ci facevo il caffè. I vigili l'hanno sequestrato, sostenendo che era un'arma. Un'arma?".
A sua volta, la rievocazione genera una digressione anche da parte di Lucio. "In Italia ho fatto qualsiasi mestiere. Imbianchino, facchino, muratore, lavapiatti eccetera eccetera". Sorride ma chinando il capo, forse per nascondere la bocca sdentata. "Dopodiché, mi ero messo a fare ritratti ai turisti in piazza del Duomo. Non sono Michelangelo, però ci campavo. Quando hanno chiuso tutti in casa per il Covid, ho smesso coi ritratti... Intanto mi avevano dato un sacco di multe, non ho mai capito il motivo, forse non potevo fare l'artista di strada. Morale della favola, ho terminato i soldi".
Ma chissenefrega della grana, dice Stefano. "Finché tiro su il giusto per una birra, mi accontento. Il cibo? Sto anche due giorni senza. La cosa che ti devasta davvero è l'impossibilità di badare all'igiene personale. Finché i bar erano aperti regolari e potevi andare nei cessi, allora entravi, facevi l'occhiolino al cameriere, e ti pulivi. Il tacito patto era: bon, non bucarti, non sporcare, non spaccare, non chiuderti dentro un quarto d'ora a fare le tue cose.
Adesso, se mi capita un'urgenza, la maggior parte non ci fa entrare, e non per quei rischi là, non bucarti, non sporcare e via elencando, ma per colpa da una parte dei divieti, del fatto che fino all'altro ieri era consentito solo l'asporto, non potevi sostare nel bar e usare il cesso, e dall'altra parte per la paura che boh, siamo appestati e lasciamo impronte attaccando il virus.
Senti, al di là di tutte le putt... che si dicono, vivere per strada non è una scelta. La strada è bastarda. Una cosa che capita sono i furti tra di noi. Un sacco. Ti rubano stringhe, guanti, mutande, bottoni, calze imbottite pure spaiate, monetine da 5 centesimi... Poi i documenti. A noi italiani li fregano gli stranieri, i marocchini. Li buttano nel tombino, tanto non gli servono".
E allora perché? "Dispetto. Uno m'ha detto: "Con tutti gli uffici chiusi e l'obbligo di prenotare l'appuntamento, capisci cosa vuol dire essere un negro e perdersi nella burocrazia, vedendo che dall'altra parte, con tutti i problemi di questo periodo, dei tuoi casini di immigrato non interessa nulla a nessuno".











