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di Francesca Mannocchi

 

La Stampa, 25 dicembre 2021

 

Anna, Matteo e gli altri: le storie e i volti di chi vive grazie ai centri che assistono i poveri nell'hinterland del capoluogo lombardo. Un mese fa Anna ha comprato un paio di stivali. Ne aveva bisogno perché è arrivato il freddo e quelli che aveva erano troppo consumati. L'ultima volta che ha acquistato una cosa per sé è stato prima della pandemia, due anni fa. Anna ha trentadue anni, i capelli scompigliati nascosti tra la giacca e la sciarpa, un sorriso da bambina. Si morde il labbro inferiore quando parla delle difficoltà che vive. Lo morde piu' forte quando parla delle aspettative che aveva e che oggi hanno trovato dimora là dove vivono i desideri destinati a non realizzarsi.

La sua famiglia è arrivata al nord da Sarno nel 1998, dopo l'alluvione, in cerca di lavoro. Anna è cresciuta in mezzo ai sacrifici, avrebbe voluto fare la parrucchiera ma i soldi a casa erano pochi e a 14 anni ha preso la licenza media e ha cominciato a lavorare. Quello che poteva: badante, lavapiatti, finché ha trovato lavoro in una cooperativa per fare le pulizie. Il lavoro era sempre poco, lo stipendio mai piu' alto di 300, 400 euro al mese. Con queste entrate ha messo su famiglia con un ragazzo anche lui addetto alle pulizie. Hanno chiesto un alloggio popolare all'Aler e cinque anni fa hanno avuto un bambino, Matteo, sperando che le cose sarebbero migliorate. All'inizio del 2020, quando è iniziata l'epidemia, Anna, suo marito e il bambino vivevano con 600 euro al mese. Oggi, quasi due anni dopo, lavorano solo qualche ora a settimana e vivono con la metà dei soldi: 300 euro al mese, a cui sottraggono 170 euro di affitto e qualche decina di euro per le bollette.

Si scaldano poco, usano la corrente elettrica solo se è necessario e per mangiare bussano alla porta de La Speranza, l'associazione di Corsico, in provincia di Milano, che da tanti anni si prende cura dei piu' vulnerabili. All'esterno dell'associazione c'è una piccola piazza, a terra ancora i resti della neve e il ghiaccio della notte che si scioglie, sul lato destro della strada le case dell'Aler, anche casa di Anna è lì. Entra a La Speranza parlando al telefono con gli assistenti sociali, chiede come fare per avere i buoni pasto, e come e se può ricevere gli aiuti per le bollette. Non perde mai il tono gioviale, non abbassa la voce per nascondere le sue preoccupazioni. Il suo sorriso, le parole con cui chiede informazioni sui sussidi, raccontano un'abitudine all'aiuto.

È con questa familiarità al sostegno che Anna saluta Pina Andrello, la presidente dell'associazione. Pina è una donna minuta, capelli corti e rossi, le mani segnate dal freddo. Mani esperte di fatica e di cura. Conosce tutti a Corsico e tutti la conoscono, perché fa questo da sempre: aiuta chi ha bisogno. Intorno a lei, pochi giorni prima di Natale, tanti pacchi di pasta, biscotti, omogeneizzati, pannolini, carne in scatola, assorbenti. Servono per riempire i pacchi delle feste per i beneficiari. Parla con tutti quelli che entrano anche solo a salutare e poi, prima che si congedino li porta in fondo alla stanza per qualche minuto. Nessuno esce a mani vuote. Pina è così: dona sempre. Dona anche a chi non chiede. E non ama la parola povero. "Le mie sono famiglie in difficoltà che cerco di aiutare in tutti i modi. La parola povero rischia di fissare la tua identità e ti porta a pensare che la situazione sia definitiva", invece Pina pensa che le persone che aiuta stiano camminando su una strada disseminata di ostacoli che prima o poi supereranno.

Ha una pila di quotidiani sulla scrivania, tra i moduli delle richieste al Banco Alimentare, i documenti Isee dei beneficiari e le bollette dell'associazione. Però nelle notizie ottimistiche sulla crescita dell'economia, nei virgoletti riportati sui giornali, Pina, non riconosce la sua realtà: "Tra reddito di cittadinanza, buoni spesa, aiuti sull'affitto e i sussidi che promettono qui non dovrebbe esserci la fila, invece ultimamente abbiamo inserito altre trenta, quaranta famiglie". Poi esita, come chi sa che le statistiche non equivalgono alla cognizione delle cose e dice: "trenta famiglie sono cento persone, eh, cento persone che o pagano la luce e il gas o danno da mangiare ai figli". Le spiega così le cose, Pina. O, o. O ti illumini o mangi. O accendi lo scaldabagno o mangia tuo figlio. O, o. Così vive anche Anna, che per raccontarsi dice di non aver bisogno di tanto - "ho la mia famiglia, mi basta quello" - Anna che a Babbo Natale, che lavora nella dimora dei sogni, chiederebbe un lavoro "così magari riesco a sistemarmi un po'".

Oggi le famiglie aiutate da Pina sono circa 300, 1200 persone. La sua associazione è una delle quattro al centro del recente rapporto di Action Aid Italia, La fame non raccontata, decine di interviste effettuate nel territorio metropolitano di Milano tra Corsico, Cinisello Balsamo, Baranzate, Rozzano un rapporto che prova a leggere e interpretare i numeri delle loro richieste di aiuto, aumentate del 95 per cento nell'ultimo anno e mezzo. Nelle associazioni coinvolte le famiglie che hanno bisogno di supporto alimentare sono passato da 670 a inizio 2020 a quasi 4 mila oggi: "I dati ci dicono che c'è un aumento strutturale delle richieste.

È vero che in molti sono tornati a lavorare ma è altrettanto vero che diverse famiglie sono cadute nella spirale della povertà, cioè in una condizione strutturale di bisogno". A parlare è Roberto Sensi, il responsabile del programma povertà alimentare di ActionAid Italia. Sensi sostiene che la povertà alimentare vada ripensata per decodificare altre povertà e non essere considerata solo un'emergenza: "In Italia manca una vera strategia di contrasto perché si considera la povertà alimentare una mera manifestazione di un bisogno materiale, e al bisogno si risponde con l'assistenza. Il tema di fondo, il tema politico, è che al di là dell'assistenza d'emergenza non esiste né una politica preventiva, né studi che tengano problemi sempre collegati tra loro: l'alloggio, il lavoro, l'accesso all'istruzione. Le infrastrutture di aiuto sono fondamentali ma dovrebbero essere l'ultimo approdo invece solo la sola risposta concreta che le persone hanno ai loro bisogni".

Nel lungo periodo questa risposta risulta inefficace perché agisce sul sintomo e non sulla patologia. E Lo dimostra il fatto che le richieste di pacchi alimentari siano aumentate nonostante l'ingente stanziamento di fondi: 500 milioni del Fead, il fondo di aiuti europei agli indigenti, che l'Italia negli ultimi sei anni ha quasi interamente speso in derrate alimentari, la legge Gadda che facilita la redistribuzione delle eccedenze di cibo, 1 miliardo 300 milioni di buoni spesa per l'emergenza. Sono risorse ingenti, ma nei fatti, come racconta Pina Andrello e come spiega Roberto Sensi, non incidono sul fenomeno.

Soddisfano il bisogno, tamponano, e in ultima analisi, deresponsabilizzano le istituzioni che dovrebbero avere una visione di lungo termine e di prospettiva. Invece non l'hanno. Quindi aiutano chi aiuta, come Pina e La Speranza, pensando che basti. Invece non basta. Perché gli studi mappano quelli che si rivolgono ai centri di assistenza, ma non si chiedono quanti ne siano rimasti fuori, quanti preferiscono rivolgersi alle reti familiari perché si vergognano: "dovremmo sostituire la lente del bisogno con quella del diritto, in modo da capire che queste richieste di aiuto sono, innanzitutto, una domanda di giustizia sociale" continua Roberto Sensi.

È qui, in posti come Corsico, impoveriti prima dalla crisi economica e poi dal Covid che striscia un malcontento che diventa prima frustrazione e poi ostilità verso l'altro. Il migrante con cui dividere la graduatoria delle case popolari, il cittadino di origine straniera con cui dividi i posti all'asilo nido. O il pacco alimentare. È in posto come questo che le persone litigano perché la torta è piccola. Però la torta non dovrebbe essere divisa in pezzi più piccoli per far mangiare tutti. Dovrebbe esserci, al contrario, una torta più grande. Più alloggi popolari, più asili, più aiuti alimentari. Un po' di più, distribuito più equamente. La fame non raccontata, che dà il titolo al rapporto di Action Aid, è una fame che parla con voce di donna. Le donne, a cui è richiesta la cura, a cui è richiesto di dare una risposta alla mancanza di cibo in casa, le donne che hanno risposto sacrificando, togliendosi, come recita il detto, il pane dalla bocca.

Martedì scorso a La Speranza c'era anche Cristina. Quarant'anni, due figlie. Un padre anziano, un fratello con problemi psichiatrici e un ex marito che ha usato la sua busta paga per chiedere prestiti che non ha ripagato. Così oggi, tolti i pignoramenti, la cessione del quinto, di quella busta paga da operatrice in un centro diurno per persone con disabilità, a Cristina restano 600 euro. Troppo pochi per vivere, troppi per chiedere il reddito di cittadinanza. "La gente ti guarda sorridere e pensa: tutto a posto, ha una vita serena. Invece no, l'epidemia ci ha rovinato ancora di piu' e io, negli ultimi quattro mesi, sono crollata". La gente pensa che sia tutto a posto, invece il sorriso di Cristina, che dice di sé di essere una guerriera, è un'armatura. Anche lei, abituata da anni a prendere il pacco alimentare da Pina, quando anche le associazioni caritatevoli hanno chiuso durante i lockdown, si è tolta il pane dai denti.

Lo spiega dicendo solo: "non avevo più le scorticine di cibo, avevo finito tutto". Significa aprire la dispensa, vederla vuota e domandarsi prima: cosa faccio adesso? e poi: perché a me? E poi farsi forza e spiegare alle figlie che chiedono "Cosa mangiamo?" che si mangiano di nuovo spaghetti con l'olio, perché "la situazione è così e mamma non ce la fa".

C'è questo dietro l'armatura di Cristina, che sorride e prega che un giorno le cose cambieranno, "perché ci sono anche io". C'è anche lei, che vuole vivere senza bisogno di armature, anche lei, un numero sulle statistiche di fine anno che vuole diventare una voce. Che a volerla ascoltare dice: aiutate chi ha bisogno.