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di Alberto Figliolia

 

www.ecosistema-magazine.it, 21 gennaio 2015

 

È una delle sette opere di misericordia corporale. Quelle che anche solo per una mera questione di coscienza potrebbe/dovrebbe praticare ogni laico: non sarebbe disdicevole. Visitare i carcerati. Anzi, le persone detenute. Perché la carcerazione e la privazione della libertà in conseguenza di un reato, di un processo e di una condanna non estinguono affatto la dignità di un essere umano (oltre a ciò che nel suo corpo con giustezza recita la Costituzione).

Opera, alle porte di Milano, fra la scintillante metropoli, l'hinterland e le campagne periurbane. Una delle case di pena più grandi d'Europa, di certo la più grande d'Italia. Un immenso cubo di cemento gettato fra le risaie, urbanistica un po' disordinata e la Tangenziale. Brulicante di umanità: circa 1400 uomini, poco più di una ventina dei quali impegnati in un'attività che parrebbe cozzare contro la dura realtà che li circonda (e interiormente opprimente): il Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa della Casa di Reclusione di Milano-Opera.

Perché la poesia è consolazione e catarsi, ri-scoperta di sé e, se necessario, dei sé che costellano la vita dataci in sorte, fra dubbio e scelta (per operare quella giusta, in rettitudine esistenziale), cifra razionale e sentimentale che attraverso una lingua arcana e una curatissima forma libera emozioni e pensieri in maniera feconda, utile.

La poesia ricostruisce mondi, riscatta dal peso del ricatto e della colpa, ricrea itinerari dal tormento e dalla reità, aggiunge consapevolezza e rispetto per lo sgranarsi dei giorni; quei giorni tutti uguali nelle celle, all'ombra, fisica e ideale, delle sbarre e delle porte di ferro, con il dolore della lontananza da figli, madri, padri, amici, relazioni. La poesia può davvero salvare la vita, come recitava il titolo di un fortunato libro scritto tanti anni fa da Donatella Bisutti e sempre attuale, più che mai attuale.

"Provate a pensare, cari Lettori, quando si chiude una porta, quando dietro di sé si sente chiudere una porta e non si sa quando si riaprirà. Pensate a che cosa si può provare al tonfo che fa un portone chiudendosi alle spalle, al rumore che fa una chiave che gira in una serratura definendo una interruzione di rapporti. Pensate a finestre che hanno sbarre davanti, finestre che anche aperte non allargano l'orizzonte, ma che danno sul cemento.

Porte e finestre che interrompono la comunicazione anziché aprirsi a nuove relazioni. Sono le porte e le finestre delle nostre carceri [...] Durante tutto l'anno, a ogni incontro, in Laboratorio si scrivono poesie per raggiungere prima di tutto se stessi, la profondità del proprio sentire - talvolta celata da strati di non consuetudine ad ascoltarsi - e poi per condividere pensieri ed emozioni con i compagni. La comunicazione è intensa - mai banale - il sentire forte, la conoscenza reciproca profonda, come solo la poesia, forse, permette.

Poi a un certo punto dell'anno si comincia a pensare al Calendario, questo personaggio con la C maiuscola, che veicolerà verso la società esterna la voce, talvolta il grido, della persona detenuta". Sono parole di Silvana Ceruti, già insegnante, italianista e formatrice professionale, Ambrogino d'Oro, poetessa e tanto altro ancora, fondatrice tanti anni addietro del Laboratorio che tuttora opera con frutti fertili e tangibili, come il Calendario di Poesie e Fotografie 2015-Porte e Finestre, un magnifico mélange di versi e immagini.

Le foto, che hanno ispirato le persone detenute e di cui abbiamo riportato una strofa nell'incipit del presente articolo, sono state donate da Margherita Lazzati, fotografa di superba creatività e di gran cuore. Un operare artistico, il suo, che si mescola alla perfezione con il lavoro che con esemplare regolarità si compie nel Laboratorio e che ha saputo ispirare e sollecitare tutti i partecipanti. Il Calendario, d'altra parte, è un vero prodotto editoriale in quanto stampato da La Vita Felice, casa editrice milanese che da anni supporta le attività del Laboratorio pubblicando le opere meritevoli, e posto in vendita (il ricavato finanzia le attività del Laboratorio stesso).

Dispiace non poter citare tutti gli interpreti di questo straordinario manufatto, ma la condivisione e l'altruismo, sentimenti che felici allignano all'interno del Laboratorio, facilitano il compito, nel senso che ciascuno è rappresentato dal compagno, da ogni compagno, e il successo del singolo appartiene a tutti.

Non paghi di ciò i poeti del Laboratorio hanno a un certo punto cominciato a scrivere, mossi da sincero empito, poesie in forma di preghiera o preghiere in forma di poesia. Nel giro di poche settimane i lavori erano tali e tanti, e di notevole qualità formale, da poter pensare di arrivare alla composizione di un libro. Il che è avvenuto nello scorso dicembre.

Come detto, da questa poesia è divampato il fuoco o scaturita la cascata o venuto alla luce il fiume carsico: una bella ansia creativa, lieve e nel contempo ricca, si è impadronita del Laboratorio. Fino a giungere al presente Preghiere dal carcere (12 euro, 88 pagine), edito sempre da La Vita Felice. Il prezioso volumetto, nonostante la recentissima uscita, ha già conosciuto l'onore di una seconda ristampa.

La prefazione, di grana culturale finissima, è stata stilata da Vito Mancuso, teologo, scrittore e giornalista di acuto ingegno e profonde visioni e, soprattutto, uomo gentile, qualità che non guasta nell'arduo mondo della contemporaneità. Eccone l'incipit: "Gli esseri umani fanno molte cose nella loro esistenza e tra queste, in ogni parte del mondo (carceri comprese), pregano.

La preghiera è un fenomeno universale. Si può anche giungere al paradosso di uomini che non credono in Dio ma che pregano, che cioè almeno qualche volta nella vita si ritrovano a formulare parole o pensieri in forme non usuali rivolgendoli al mistero che avvolge la vita - esattamente nel senso richiamato da Norberto Bobbio quando diceva: Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero".

Da segnalare, inoltre che per la prima volta in un libro concepito dal Laboratorio compaiono anche le poesie di volontari e amici. Un importante sigillo e un messaggio di speranza insieme.

E, con ciò, lunga vita al Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa della Casa di Reclusione di Milano-Opera. Lo merita: per le idee che propugna; per il lavoro di recupero e sensibilizzazione (anche verso l'universo esterno); per l'umanità, non da dame del biscottino, che ne trapela, forte e invincibile.

Non si può artatamente edulcorare la realtà, la prigione non è un giardino di delizie, va compreso anche il dolore e il disagio delle vittime. In ogni caso tutto il modello correzionale andrebbe ripensato. Ma non è questo pezzo la sede per discutere di tanto.

Tuttavia le attività del Laboratorio dimostrano che lo spettro delle colpe può mutare in piena consapevolezza e nuova vita. Un arcobaleno di pace dopo la pioggia distruttiva. Grazie alla poesia e ai valori formali e contenutistici, empatici, che essa raffigura e promuove.

 

Alberto Figliolia

 

Già collaboratore di testate e quotidiani nazionali, per scelta è ora un free lance. Collabora da lunghi anni con il gazetin, periodico indipendente di cronaca civile, e tellusfolio, rivista telematica "glocal". Da sempre è attivo con e per la casa editrice Albalibri, girando per le più varie contrade con l'amico poeta-editore Çlirim Muça. Ha scritto numerosi libri di poesia e di sport. Crede fortemente nel martello gandhiano della poesia e nell'arte di strada. Da molti anni aiuta Silvana Ceruti nel Laboratorio di scrittura creativa del Carcere di Milano-Opera.