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di Fabrizia Giuliani

La Stampa, 1 maggio 2024

Pietà l’è morta. Ho pensato questo quando ho letto, la prima volta, degli abusi avvenuti all’Istituto Penale per minori intitolato a Cesare Beccaria - la sua memoria ci perdoni -. L’ho pensato perché erano i giorni intorno al 25 aprile, discutevamo della Liberazione, della memoria condivisa, della storia. Non pensavo al passato, vorrei chiarire subito l’equivoco: pensavo al futuro che immaginavano i giovani in montagna, consapevoli che non tutti avrebbero avuto il privilegio di restare vivi e condividerlo.

Il futuro si costruisce se si è abbastanza liberi, se si è abbastanza forti da immaginarlo: i ragazzi della Resistenza lottavano per gettarsi dietro le spalle un ordine fondato sulla violenza cieca, il razzismo, la sopraffazione; volevano archiviare una volta per tutte il culto del più forte, l’omertà, la delazione. Questi erano i nemici da sconfiggere: la Costituzione aveva il compito di tradurre in regole i nuovi valori condivisi e impedire che la storia, in qualunque forma, potesse ripetersi. Forse per questo mi è venuta in mente la canzone di Nuto Revelli, leggendo le cronache del Beccaria e non se n’è più andata. Ieri, vedendo le immagini che documentavano le testimonianze, ho provato vergogna. Le parole vanno misurate, certe parole particolarmente, ma non saprei trovarne una più precisa; non è questione di sdegno ma di sconfitta: è sconfitto lo Stato, siamo sconfitti noi. Intendiamoci, la pietà muore spesso: è accaduto nella piazza di Colleferro, quando Willy Montero era a terra, nel sacco gettato nel lago con il corpo di Giulia Cecchettin.

La pietà muore anche in carcere, il nome di Cucchi per tutti gli altri. Ma c’è una soglia che separa la civiltà dalla terra di nessuno: il rispetto per i minori, tutti. Se questo viene meno, se lo stato di diritto è sospeso e gli agenti chiamati a garantire l’ordine si accaniscono - leggiamo di torture - sui ragazzi più vulnerabili, quella soglia è superata. Si fatica a immaginare un destino più difficile di quello dei “minori stranieri non accompagnati”, l’80% dei reclusi, ragazzi senza protezione, esposti a ogni sopruso.

La differenza tra noi - Europa - e molti dei paesi da cui i minori provengono, è umiliante doverlo ricordare, non si misura in termini economici, ma nella democrazia, nella civiltà, nel rispetto di diritti umani. Questa differenza, nella cella cieca dove tutto è permesso, si è azzerata; nella catena di comando che avalla pratiche “umilianti e degradanti”, incluse violenze sessuali, regredisce. E regrediamo tutti, perché la responsabilità di spiegare che ai comportamenti dei ragazzi difficili non si risponde con le cinghie o i manganelli, ma con regole, fermezza e umanità è anche nostra. Non sappiamo quale sia l’italiano dell’agente che dice: non voglio pagare per “un marocchino di merda che nemmeno parla la nostra lingua”, ma sappiamo che spetta a noi, oggi, pretendere che quel ragazzo possa impararla al sicuro da ogni sopruso e impedire che la pietà non soccomba un’altra volta.