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di Daria Bignardi

Vanity Fair, 1 maggio 2024

Che in carcere si picchi è risaputo. Gli stessi detenuti ne parlano con impotenza e disillusione come di un fatto endemico, che non è neanche colpa degli agenti, ma del sistema. Come se, in un posto così pieno di dolore, malattia, povertà, ingiustizie, tensioni, antichi problemi irrisolti che si aggiungono a problemi sempre nuovi, la violenza fosse inevitabile. Nessuno capisce e difende gli agenti meglio dei detenuti: in fondo vivono insieme, condividono la stessa realtà. Il sovraffollamento, la mancanza di cura, la mancanza di senso quando la reclusione − capita nella maggioranza dei casi − non rispetta la Costituzione, che direbbe (articolo 27) che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che devono tendere alla rieducazione del condannato.

Ma quel che è successo all’istituto Penale per i Minorenni Cesare Beccaria di Milano ha raggelato anche chi sa bene quanto il carcere sia violento e insensato. I fatti dei quali sono accusati i tredici agenti della polizia penitenziaria arrestati sono di quelli impossibili da comprendere anche per chi sa quanto i problemi rendano il carcere una pentola a pressione pronta a esplodere. Ma i ragazzi no però! Certo che nessuno si può pestare, torturare, vessare, opprimere, neanche gli adulti, eppure succede continuamente perché è il sistema a essere malato.

Ma nemmeno chi ha questa consapevolezza può sostenere il pensiero di ragazzini vittime di torture e pestaggi. Che si sia permesso che accadesse rende indifendibili anche tutti quelli che hanno coperto e omesso, oltre che i diretti responsabili. Tredici arrestati, tredici come i tredici detenuti morti nelle rivolte di marzo 2020, quelle tredici vite che erano state affidate allo Stato e non interessano a nessuno perché erano stranieri, erano malati, erano poveri, perché c’era il covid e chi lo sa per cos’altro. La società civile dovrebbe invocare e pretendere la verità. Invece il carcere - passata l’indignazione del momento - non interessa a nessuno. Peggio: lo odiano tutti. Qualcuno ama il carcere degli altri.