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di Nicola Palma

Il Giorno, 29 ottobre 2025

Si chiamava Youssef, era nato in Marocco, aveva 43 anni e gliene mancavano meno di 3 da scontare per tornare in libertà. Era detenuto a Bollate dal 2022 per un cumulo di condanne pari a 6 anni per furti e rapine. Fine pena: 2028. È morto ieri notte sull’ambulanza che lo stava trasportando in ospedale, a circa un’ora dall’allarme lanciato dai compagni di cella attorno alle 23.30. Gli agenti della penitenziaria lo hanno immediatamente soccorso, ma purtroppo i tentativi di rianimarlo si sono rivelati vani. Il fortissimo odore di gas percepito dalle guardie all’interno della stanza ha fatto immediatamente sospettare che l’uomo abbia inalato gas dal fornelletto da campeggio utilizzato dai reclusi per cucinare.

Due le alternative al vaglio degli inquirenti, le uniche possibili. La prima, al momento ritenuta la più verosimile, ipotizza che Youssef si sia messo un sacchetto sulla testa e abbia sniffato la sostanza per “farsi” o per “stordirsi”, arrivando a darsi la morte con una dose eccessiva. La seconda porta invece a un tentativo riuscito di togliersi la vita, sebbene pare che il quarantatreenne non abbia mai mostrato alcun segnale che potesse far pensare a intenti suicidi, in una struttura all’avanguardia in Italia nella gestione dei reclusi; se venisse confermato questo scenario, si tratterebbe del sessantanovesimo caso in Italia dall’inizio dell’anno. In ogni caso, non appena riceverà gli atti dal penitenziario alle porte di Milano, il pm di turno Francesco Cajani aprirà un fascicolo d’indagine e disporrà l’esame autoptico sul corpo di Youssef per chiarire con esattezza le cause della morte.

Gli accertamenti investigativi, che con ogni probabilità verranno delegati agli agenti del Nucleo investigativo della polizia penitenziaria, si concentreranno anche sulle testimonianze dei detenuti che condividevano la cella con il marocchino per capire se con loro avesse manifestato disagi particolari o se in passato abbia inalato camping gas. Solo una ventina di giorni fa, altre due tragedie avevano colpito San Vittore, casa circondariale con livelli di sovraffollamento e condizioni detentive imparagonabili a quelle di Bollate.

Il peruviano Raul Alfonso Oruna Vasquez è morto la sera del 9 ottobre, alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno, vittima di una crisi respiratoria. Dodici ore dopo, nella mattinata del 10, era toccato al quarantottenne marocchino Mohammed Vezian. Una morte dietro l’altra, con altri tre malori tra i detenuti ad alimentare i sospetti su decessi legati all’abuso di stupefacenti “tagliati male”. Il Dipartimento regionale dell’amministrazione penitenziaria aveva fatto sapere che le prime informazioni facevano pensare a una morte collegata “alla presunta assunzione di oppiacei” e a una “probabilmente avvenuta per altre cause (emorragia gastrica)”.