sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Simona Spaventa

La Repubblica, 30 marzo 2026

Il drammaturgo e regista ha lavorato con nove agenti di polizia della Casa di reclusione di Vigevano e si è ispirato all’Iliade per “Agenti”. Il suo teatro si fa soprattutto fuori dalla scena, e nasce dall’incontro con mondi ai margini, disabili, tossicodipendenti, adolescenti difficili, anziani, migranti, pazienti psichiatrici, con cui porta avanti un lungo lavoro laboratoriale che ha come risultato finale gli spettacoli. Napoletano di nascita ma radicato da decenni in Lombardia, Mimmo Sorrentino dal 2014 con la sua cooperativa Teatroincontro fa teatro anche all’interno del carcere di Vigevano. Con i detenuti ha realizzato diversi spettacoli, ma questa volta ribalta la prospettiva e porta sul palcoscenico i secondini. Succede con Agenti, la nuova creazione in scena stasera e domani all’Elfo Puccini di cui è drammaturgo e regista, nata dal lavoro con nove agenti di polizia che interpretano se stessi - Luisa Monte, Giuseppe Gazzitano, Andrea Natile, Vincenzo De Stefano, Cesare Aprile, Maikol Bucci, Philip Taormina, Francesca Di Lisio, Gioacchino Gusciglio - e si ispirano all’Iliade per raccontare la loro guerra quotidiana.

Come nasce Agenti?

“Lavoro nel carcere di Vigevano da più di dieci anni. Ho iniziato con i detenuti, alcuni poi spostati in alta sicurezza. Ma da subito mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica, cioè che per generare cambiamenti e progetti emancipativi dovevo includere nel lavoro anche gli agenti di polizia penitenziale”.

Perché?

“In carcere non è affatto semplice, c’è un loro e un noi. E questo loro e noi è una distinzione che fanno anche i civili che ci entrano, che tendono a considerare gli agenti come carnefici e i detenuti come vittime. Di conseguenza gli agenti si mettono di traverso. Quindi il primo lavoro che ho fatto con loro è stato dire: guardate che io non sto qui a fare Madre Teresa di Calcutta, sono qui a lavorare, come voi. Li ho riconosciuti come persone che lavorano, il che non è scontato. Ho incontrato tante situazioni di disagio, ma il carcere è il peggiore in assoluto. Il primo lavoro è stato quello di costruire una fiducia con gli agenti”.

Solitamente si fa teatro con i detenuti. Quando le è venuta l’idea di mettere sul palcoscenico i secondini?

“Quasi da subito, ma è stato possibile solo quando la fiducia si è trasformata in stima. Solo allora ho iniziato a spiegare perché secondo me era importante che loro portassero in scena le loro storie, il loro vissuto. Perché l’agente di polizia penitenziaria è un servitore dello Stato non riconosciuto pubblicamente”.

In che senso?

“Il loro è un lavoro pubblico, ma ne sentiamo parlare soltanto quando agiscono male, quando finiscono nelle cronache per fatti terribili. Ma purtroppo il tipo di lavoro che fanno è costruito talmente male che il male lo genera. Non parlo di mele marce, parlo di un sistema marcio. In carcere è una guerra continua, una guerra civile, e nello spettacolo lo si racconta”.

Nel 2024 ci sono stati 90 suicidi tra i detenuti, e nove tra gli agenti...

“È un dato pesantissimo. Quando tu non ti senti adeguato e lavori otto ore in un contesto di violenza senza avere le competenze per capire che genere di violenza sta esplodendo, come vuoi vivere quando esci da quel lavoro? Oggi il 70 percento dei detenuti ha una doppia diagnosi, sono persone psichicamente ed emotivamente problematiche. Gli agenti sono lì per sedare risse, per calmare atti violenti, anche per aiutare, ma non hanno la competenza per affrontare persone con disagio psichico. Affrontano situazioni terribili”.

Racconti...

“Nello spettacolo c’è la storia di un agente accorso per salvare un detenuto che si stava impiccando, e aveva dato alle fiamme il materasso. Si è trovato davanti a una scelta impossibile: salvare quella persona e rischiare di morire bruciati entrambi, o spegnere le fiamme e lasciarlo soffocare? Fortunatamente è accorsa un’altra persona”.

In scena l’Iliade è metafora della condizione del carcere...

“Nell’Iliade non ci sono i giusti e i cattivi, è un contesto di guerra civile in cui tutti cercano di salvarsi. Ettore va a combattere, ma non ne ha tanta voglia, è il dovere che lo obbliga. Questa cosa accade anche nel carcere, che ha qualcosa di epico, dove gli elementi tragici restituiscono una fonte di umanità”.

Lei insegna alla Paolo Grassi teatro partecipato. Che cos’è?

“Il teatro partecipato prende spunto dall’osservazione partecipata in sociologia. E cioè quando l’intellettuale, l’antropologo, il sociologo non fa solo un’indagine quantistica del contesto dove va a lavorare, ma vive lo stesso contesto fino a impararne le lingue, le culture, le istituzioni, le regole, i rapporti relazionali. In questo senso mi sento un poliglotta, perché ho avuto la possibilità di lavorare in contesti diversi e ho imparato a parlare la lingua dei vigili del fuoco, dei giudici, dei tossici, dei malati di Alzheimer, degli adolescenti... Ognuno ha la sua lingua e la sua cultura. Imparandola, poi tu concorri alla trasformazione o all’emancipazione di quel posto. Laddove c’è del disagio, arriva il teatro e il disagio diventa poesia in cui tutti possiamo riconoscerci. Il teatro partecipato, quando funziona, genera isole di utopia”.