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di Walter Veltroni

Corriere della Sera, 7 novembre 2022

In tutto il mondo sono la maggioranza i sistemi che hanno ridotto le libertà concesse ai cittadini, le democrazie sono recenti e sono poche. La democrazia e la libertà sono un’eccezione nella storia umana. Non dovremmo mai dimenticare questa verità. Per il resto, nei secoli, il potere è stato detenuto da re, imperatori, dittatori, forme diverse di dominio assoluto. Secondo i dati del Democracy Index del 2021 - che tengono conto di cinque fattori: processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzione del governo, partecipazione politica e cultura politica - la popolazione mondiale che vive in regimi autoritari è il 37,1% e quella che si trova in sistemi definiti ibridi raggiunge il 17,2.

La tendenza, specie dopo la pandemia, è verso un ulteriore calo di questi indici, che oggi sono al livello più basso dal 2006. E, secondo la ricerca di Freedom House in questi ultimi anni sono la maggioranza i sistemi che hanno ridotto le libertà concesse ai propri cittadini. Ma anche in questa parte del mondo, classificata nell’area dei regimi democratici perfetti o imperfetti, emergono problemi e scricchiolii che dovrebbero destare attenzione.

Nella democrazia più solida del pianeta, quella americana, terra che non ha mai conosciuto dittature, abbiamo assistito a un tentativo di colpo di stato, chiamiamolo con il suo vero nome, mediante l’occupazione del Campidoglio. E non è detto sia finita. Non per caso Joe Biden, parlando in prossimità di elezioni che possono segnare il rilancio della parte più estremista dei repubblicani, ha parlato di “pericolo per la democrazia” per gli Stati Uniti d’America. Obama ha aggiunto: “Avete visto nel mondo cosa succede, quando rinunci alla democrazia. I governi ti dicono quale libri puoi leggere; i media fanno solo propaganda e i giornalisti finiscono in prigione; non conta per chi voti perché tanto il risultato è già scritto, e la corruzione è rampante perché non c’è alcun controllo. Quando questo accade la gente soffre”.

In Gran Bretagna, dopo lo sciagurato referendum sulla Brexit, il sistema, consolidato da secoli, ha cominciato a decomporsi, fino alla farsa della nomina e delle subitanee dimissioni della premier Truss. In tre anni sono cambiati, in un sistema considerato stabile, quattro primi ministri e l’economia inglese si prepara, come ha detto la Bank of England portando i tassi di interessi al livello più alto da 14 anni, a una fase di recessione che potrebbe essere la più lunga degli ultimi cento anni.

In Israele si è votato per la quinta volta in tre anni e in Francia, Paese con istituzioni solide, si sperimenta di nuovo la coabitazione. In Italia ci sono stati, dal 2015, cinque governi non eletti dal popolo e per due volte il Parlamento non è riuscito a eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Si deve considerare in questo quadro anche la deriva di sistemi come quello ungherese o polacco, il successo elettorale di formazioni di stampo sovranista e comunque ostili all’Europa e ai suoi valori. Sotto gli occhi di tutti è quello che accade in Russia, in Cina, in Iran per ciò che riguarda le libertà politiche e personali, fino alla persecuzione o all’assassinio degli avversari politici, o la situazione drammatica del Brasile dove Bolsonaro, sostenuto in passato anche da insospettabili amicizie italiane, soffia sul fuoco di rivolte popolari contro il voto che ha sancito la vittoria di Lula.

La democrazia soffre della crisi drammatica dei partiti e dei soggetti dell’intermediazione sociale. Soffre perché non è stata capace di pensarsi in una società fluida, senza quella rigida organizzazione in classi sociali che è stata riferimento politico lungo il novecento. Soffre perché i processi di formazione e diffusione della comunicazione sono veloci e frammentati e lasciano il campo a un’emotività diffusa e spesso a comportamenti irrazionali. Soffre perché non riesce a trovare quel nuovo equilibrio tra crescente volontà di partecipazione civile - unico fattore positivo di questa fase - il voto, le istituzioni rappresentative, la sfera del governo e della decisione.

La democrazia perde fascino, perché sembra un treno vecchio e lento, incapace di rispondere in modo veloce e ravvicinato ai bisogni del popolo. Popolo è una parola che la democrazia non può dimenticare. Bisogna riportare sempre alla memoria il primo articolo della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Senza popolo nella democrazia, vincono i populismi. Senza la possibilità di rendere operative le proprie scelte, specie in tempi di acuta crisi sociale, la democrazia rischia di sembrare un utensile arrugginito.

La democrazia, non parlo solo dell’Italia, richiede capacità di decisione dell’esecutivo e forza cogente di controllo del parlamento, richiede il coraggio di inventare nuove forme di governo diffuso in regime di sussidiarietà, richiede di definire nuove regole con chi oggi detiene un potere immenso e inedito nella storia umana e ha il dovere di armonizzarlo con le esigenze della comunità.

La democrazia di marmellata, chiacchiere e distintivi, lascia il campo al sovranismo, al populismo, alle avventure autoritarie di ogni segno. La forza della democrazia sta nella garanzia di libertà che essa porta con sé. Ma la storia ci ha insegnato che quando urgono problemi drammatici che entrano in ogni casa e riguardano ciascuno, l’opinione pubblica può essere disposta a scambiare libertà per decisione.

Il 28 ottobre è trascorso ma bisognerebbe sempre ricordare come il potere democratico si sfarinò, nel 1922. La vecchia politica non si fece da parte, non riconobbe i propri errori, non fu capace di reagire, paralizzata da furbizie, estremismi, paure. La sulfurea gelatina delle sue leggiadre procedure fu spazzata via in un giorno. E fu regime e guerra. Due parole che, lo dimostra l’invasione dell’Ucraina da parte di un regime autoritario, tornano nel nostro vocabolario. Altro che fine della storia. Sembra essere la democrazia il vero bersaglio delle “nuove” culture politiche. L’Occidente dovrebbe portare sempre con sé il ricordo più recente dell’invasione del Campidoglio di Washington. Non era folclore, era la minaccia che corre oggi la più preziosa delle nostre conquiste: la democrazia.