di Maria Serena Natale
Corriere della Sera, 3 luglio 2025
Dopo Finlandia, Polonia e le Repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania anche l’Ucraina invasa, ormai tra i Paesi più minati al mondo, ha deciso di lasciare la Convenzione di Ottawa che vieta di produrre, usare e vendere mine antiuomo: degli Stati europei confinanti con la Russia neoimperialista resta dentro solo la Norvegia. Per Kiev è sopravvivenza. Per tutti una sconfitta, poiché le bombe addormentate delle guerre di ieri e quelle più sofisticate di oggi fanno un solo vile lavoro, rilasciano a distanza di tempo il loro carico di morte imprigionando il futuro, sono il veleno sparso dall’odio che non vuole estinguersi tra raccolti di grano avvizziti e terre che non smettono di tremare.
Dal Donbass al Medio Oriente colpiscono i civili e si accaniscono sui più indifesi: in Siria, dalla caduta di Assad, tra le vittime di mine e ordigni inesplosi una su tre è un bambino. Il Trattato di Ottawa conta circa 160 nazioni aderenti, mai entrate potenze produttrici come Russia, Usa e Cina. Fu aperto alla firma dopo una lunga azione internazionale nel 1997. Quell’anno alla Casa Bianca c’era Bill Clinton e a Downing Street arrivava Tony Blair. A gennaio le telecamere avevano seguito Lady Diana tra i campi minati dell’Angola. Il mondo pareva avviato a un’estensione progressiva di benessere, diritti e pace.
L’impegno contro le mine rientrava nel movimento di disarmo che già nel 1987 aveva visto la storica firma Gorbaciov-Reagan al Trattato sulle forze nucleari a medio raggio e che dopo la Guerra fredda avrebbe portato ai fondamentali accordi Start sulle armi strategiche. Un’architettura costruita in decenni entusiasmanti ma frutto di secoli, che rischia di franare in una generazione. Il ritorno all’ammissibilità delle mine è un pezzo di strada che crolla. Sulla stessa parola s’infrange ogni copertura ideologica: anti-uomo. Violano la vita che s’ostina, minano la pace e la speranza che, un giorno, la guerra finisca.











