di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 19 luglio 2026
L’ex ministro dell’Interno: “La grazia non può essere un quarto grado di giudizio”. La battaglia politica sul gioielliere Mario Roggero condannato a 14 anni e 9 mesi sta lì, strillata sulle prime pagine di tutti i giornali. E tracima nei social, con un sovraccarico popolare di tensioni e rancori che attraversano e spaccano il Paese: legittima difesa, risposte delle forze di polizia, criminalità e microcriminalità nel nostro quotidiano. Sono questioni su cui Marco Minniti ha speso una vita. Già sottosegretario con delega ai Servizi segreti, poi ministro degli Interni.
Da presidente di Med-Or Italian Foundation è deciso a tenersi fuori dalla rissa quotidiana. Ha scelto un’altra vita, mi spiega, a costo di sembrare reticente. Ma non abbandona il binomio che lo ha accompagnato per tanti anni e che è diventato il titolo di un suo saggio del 2018, quando il Viminale era la sua trincea: Sicurezza è libertà, mi dice: “Con l’accento sulla “e”. Le due parole sono strettamente connesse”.
Traduciamo: per proteggere la libertà dei cittadini, specialmente dei più vulnerabili, è fondamentale garantire la sicurezza, contrastando la paura. È così?
“Per rendere la cosa ancora più chiara, non è possibile fare uno scambio per cui si dice “io ti do più sicurezza e tu rinunci alla tua libertà”, perché una democrazia che dovesse ragionare così sarebbe una democrazia che sta per morire o è già morta”.
Del resto, è vero anche l’opposto, come dimostrano i fatti di cui stiamo parlando.
“Già. A che mi serve la libertà se io non ho la sicurezza di camminare per strada? Se non ho la possibilità di esprimere fino in fondo le condizioni prime dell’idea di libertà? La parola sicurezza è la spina dorsale di ogni democrazia. A maggior ragione oggi nel terzo millennio”.
Perché il caso Roggero colpisce tanto l’opinione pubblica?
“Tre cose. Primo: anatomia dell’evento. La ricostruzione fatta nei tre gradi di giudizio è inequivoca. Non c’era e non c’è mai stata una minaccia imminente, neanche residua, e tutto ciò viene ricostruito attraverso immagini che davvero sono difficilmente equivocabili. Dunque, la prima risposta è: non è stata legittima difesa”.
La seconda?
“Si può discutere, dissentire sulla pena, sul risarcimento. E tuttavia su un punto bisogna essere molto chiari. Il compito del sistema giudiziario italiano è fare giustizia. Applicando la legge che, nella separazione dei poteri sancita dalla nostra carta costituzionale, non è fatta dal sistema giudiziario ma è fatta dal Parlamento. Si tratta di fare giustizia e non di cercare consenso”.
Ecco, mi pare che il terzo nodo stia qui...
“Questo è il tema delicatissimo che è stato posto dalla vicenda Roggero. Cioè, se è possibile che a un certo punto, in una democrazia, oltre la giuria popolare e i tre gradi di giudizio sia possibile fare intervenire una sorta di super giuria popolare”.
Sta pensando ai social?
“Ma sì, certo. Una super giuria popolare che attraverso la comunicazione social esprime il suo giudizio su un atto giudiziario. Stiamo parlando di una comunicazione incontrollata e dunque manipolabile. È un punto delicatissimo. È evidente che quando si emette una sentenza si toccano anche delle corde di sensibilità popolare. E tuttavia tutto questo deve essere separato dal giudizio. E deve essere rispettato il ruolo della magistratura”.
La grazia è una strada percorribile?
“Adesso c’è una richiesta di grazia. E spetta esclusivamente al presidente della Repubblica sulla base di un’istruttoria fatta dal ministro della Giustizia. Un atto di per sé unilaterale, ripeto, di competenza del presidente della Repubblica. E tuttavia…”.
Tuttavia?
“Mi si consenta di dire che una richiesta non può essere collocata dentro il contesto di altre decisioni”.
Si riferisce alla grazia a Nicole Minetti e a quella, parziale, allo scafista Alaa Faraj?
“Veda lei i casi concreti. Il fatto di evocare altri episodi trasmette un messaggio, come se si volesse esercitare una pressione sulla più alta carica dello Stato: cosa, in questo percorso, assolutamente inaccettabile”.
Stiamo equivocando qualcosa sul senso della grazia?
“Beh, la grazia non può essere un quarto grado di giudizio”.
Oggi molta parte del dibattito ruota sulla distanza tra le statistiche sulla criminalità e la sicurezza percepita. Si sostiene che i reati maggiori diminuiscano e che, tutto sommato, l’allarme sociale sia frutto solo di propaganda. È così? Le chiedo, in modo diretto: esiste in Italia un’emergenza sicurezza?
“La sicurezza è un sentiment. Non bastano le statistiche. Bisogna essere capaci di guardare alla sicurezza quotidiana, ai furti in appartamento, alle rapine. Non si deve sottovalutare questo tipo di realtà che impatta sulla vita delle persone e, soprattutto, delle persone più deboli. Perché questo ha a che fare con il popolo. Che vive nei quartieri. Che va a fare la spesa ogni giorno o che prende l’autobus ogni mattina per andare a lavorare”.
Parte della destra, proprio alla luce del caso Roggero, invoca una sorta di estensione illimitata del concetto di legittima difesa, una disinvoltura sull’uso di armi da fuoco che non appartiene alla nostra tradizione e alla nostra cultura. L’Italia rischia una sorta di deriva “americana”?
“In una democrazia il monopolio della forza deve essere dello Stato. Questo è un elemento decisivo del contratto sociale. Le forze di polizia sono e restano un cardine della spina dorsale democratica di questo Paese”.









