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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 29 agosto 2026

In un documento interno del 2020 un dipendente di Meta riporta una discussione avuta con alcuni colleghi sviluppatori sui metodi impiegati dal gruppo per aumentare gli utenti delle piattaforme social. Si parla dei nuovi algoritmi e delle funzioni di scrolling e il tono è allarmato perché è chiaro a tutti che inducono dipendenza con un meccanismo che viene accostato a quello delle slot machine; si parla delle “ricompense intermittenti” come su Instagram dove ogni apertura del feed può portare qualcosa di nuovo: un video interessante, un like, un commento, una notizia o un contenuto che cattura l’attenzione.

Il documento è stato citato anche nel corso del procedimento giudiziario che ha portato Meta a patteggiare con la giustizia americana la cifra monstre di 18 miliardi di dollari che saranno versati nei prossimi dieci anni nelle casse di 47 Stati (ad esempio la California riceverà 2,5 miliardi); l’accordo è arrivato mentre il processo era ancora in corso. I singoli Stati sostenevano che Meta avesse progettato le proprie piattaforme per favorire un utilizzo compulsivo da parte di bambini e adolescenti, pur conoscendo i rischi associati a determinate funzioni. Tra le contestazioni anche la raccolta dei dati dei minori e le modalità con cui l’azienda avrebbe affrontato i problemi di sicurezza e salute mentale segnalati dagli utenti.

In cambio della chiusura del procedimento, Meta dovrà introdurre nuove limitazioni per gli utenti più giovani. L’intesa prevede, tra le altre cose, un limite predefinito di due ore al giorno per l’utilizzo di Facebook e Instagram, un blocco notturno, la sospensione delle notifiche durante l’orario scolastico e maggiori strumenti per il controllo dei genitori. Sono previste anche modifiche ai sistemi di verifica dell’età e la possibilità per gli adolescenti di scegliere un feed cronologico, senza le raccomandazioni dell’algoritmo. Le accuse si concentrano soprattutto su un aspetto: Meta non avrebbe semplicemente reso Instagram e Facebook più coinvolgenti e attrattivi, ma avrebbe progettato appositamente alcune funzioni per aumentare la frequenza con cui gli utenti tornano sulle piattaforme e il tempo che vi trascorrono. E, come rende esplicito il documento acquisito dai giudici, era perfettamente consapevole degli effetti di dipendenza che avrebbe creato.

Oltre alla ricompensa intermittente sotto accusa c’è anche il cosiddetto scrolling infinito: a differenza di una pagina web o di un giornale, sulle piattaforme social il feed non finisce mai, terminato un contenuto, l’algoritmo ne propone immediatamente un altro, scelto in base ai gusti e alla cronologia delle interazioni dell’utente, scompare così un punto naturale in cui interrompere la navigazione e si va avanti per ore e ore perdendo la nozione del tempo e dell’autocontrollo. Un altro punto critico riguarda il sistema delle notifiche, rumorose e invadenti: ogni interazione diventa un pretesto per tornare sull’app: un nuovo like, un commento, un messaggio, una menzione, la segnalazione che qualcuno ha pubblicato qualcosa o semplicemente un “suggerimento”. La notifica interrompe le attività che si stanno svolgendo e riporta l’attenzione verso la piattaforma, alimentando lo stesso meccanismo di controllo ossessivo del telefono descritto nel documento interno. A questo si aggiungono le funzioni che sfruttano la paura di perdersi qualcosa, il cosiddetto fear of missing out , le Storie, per esempio, scompaiono dopo 24 ore e rendono conveniente controllare in continuazione cosa hanno pubblicato gli altri.

Nel corso delle udienze sono stati citati anche degli studi mirati del gruppo per profilare le attività e le abitudini degli adolescenti in modo da aumentare artificiosamente l’engagement e tenerli più a lungo incollati allo schermo. L’ex dipendente George Volichenko ha dichiarato che all’interno di Meta alcune proposte per rendere automatiche determinate funzioni di protezione sono state cestinate perché avrebbero diminuito il tempo di utilizzo delle app. Gli avvocati di Meta hanno contestato queste ricostruzioni, sostenendo di aver migliorato i sistemi di sicurezza, che i propri prodotti non siano stati progettati per creare dipendenza e che il rapporto tra social network e problemi di salute mentale sia molto più complesso di quanto suggeriscano le accuse. Anche il patteggiamento non costituisce un’ammissione di colpa: Meta ha scelto di chiudere il procedimento giudiziario impegnandosi a pagare evitando così il rischio di un verdetto, ma senza riconoscere di aver violato la legge.