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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 6 novembre 2025

Figli di immigrati in cella perché inneggiavano al terrorismo e ne leggevano i manuali. Cioè, per non aver fatto nulla. Un direttore di carcere minorile e un sociologo del diritto ci spiegano che così si alimenta l’integralismo: in carcere è più facile che diventi criminale anche chi non lo è. L’ultimo caso è accaduto il 4 novembre, in provincia di Pavia. Un minorenne di origini tunisine, è stato arrestato per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo e istigazione a delinquere. “Si è auto-radicalizzato - si legge nel comunicato dei Carabinieri - aderendo ad un circuito telematico internazionale strutturato, dedito alla propaganda della jihad e del martirio”.

Insomma, il ragazzino interagiva in rete con altri soggetti che inneggiavano all’estremismo islamico. Molti di questi, ragazzini come lui. “Si era procurato diversi manuali per la costruzione e l’assemblaggio di ordigni esplosivi e incendiari con sostanze di facile reperibilità, manifestando la volontà di andare a combattere in area di conflitto”, si legge ancora. Non fabbricava bombe, ma aveva consultato materiale su come si creano gli ordigni. Non aveva compiuto atti terroristici, ma diceva di volerne fare. Tanto è bastato per far scattare le manette. Si tratta di un caso isolato? No. Pochi mesi fa era accaduto un episodio simile. Il soggetto era sempre minorenne, 16 anni per l’esattezza, ma di origine iraniana. In quel caso era accusato di propaganda e apologia di terrorismo, aggravate dall’uso del mezzo telematico. Oltre ai proclami folli - si definiva, parlando con altri giovanissimi, “l’incubo dei grattacieli” - non era in procinto di organizzare un attentato. Eppure è stato arrestato.

Casi come questi potrebbero moltiplicarsi, in futuro, perché il decreto sicurezza ha reso ancora più facile il carcere per chi “consapevolmente detiene o si procura materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici”. Tradotto: può accadere chi un semplice curioso di materiale bellico, che compra online qualche manuale su come si fanno le bombe, per pura curiosità, potrà essere arrestato. Maggiorenne o minorenne che sia.

Fatta questa lunga premessa, sorge una domanda. Ha senso mandare in carcere un minorenne che si mostra attratto dal terrorismo online? Davvero la prigione a 16 anni, in casi del genere, può sconfiggere preventivamente mali futuri? La risposta è no. E ce la danno due esperti: “Il carcere è uno dei luoghi dove il rischio radicalizzazione è maggiore, per varie ragioni. Una di queste è che i detenuti si aggregano in base all’appartenenza. All’origine. Ed è un luogo dove i conflitti si acuiscono, non si smorzano”, spiega a HuffPost Girolamo Monaco, direttore del carcere minorile di Acireale, in passato in servizio a Treviso.

Monaco parla con l’esperienza di chi con i minori detenuti vive tutti i giorni. Ma questa tesi è condivisa anche dagli studiosi: “Non è quasi mai una buona idea mandare in carcere persone che sono in età di sviluppo”, premette, ragionando con HuffPost, Alvise Sbraccia, sociologo del diritto e della devianza. “Ci sono studi internazionali che dimostrano, da decenni, quanto il carcere possa essere un luogo di sviluppo e di moltiplicazione di ideologie radicali, dal terrorismo politico a quello religioso. E se ciò vale per il carcere per gli adulti, vale a maggior ragione per i minori”. Anche perché, aggiunge il docente - che si è occupato della materia anche per l’associazione Antigone - “più le persone sono giovani e più possono sentirsi attratte da ideologie radicali”.

Secondo Monaco, però, nonostante le difficoltà degli ultimi anni, nelle carceri minorili il rischio radicalizzazione può essere più facilmente contenuto rispetto a ciò che accade nelle carceri per adulti: “Perché - spiega - l’osservazione dei ragazzi, da parte del personale, è costante. Nell’Ipm che dirigo, quello di Acireale, ad esempio, tutti i 20 ragazzi vanno a scuola, ci sono quattro educatori. Se il tempo viene riempito di contenuti, il percorso è più semplice. L’unico modo per praticare la sicurezza in un carcere è il trattamento dei detenuti, non l’uso della violenza”.

Nonostante gli accorgimenti, il rischio che un sedicenne che è attratto da contenuti online che inneggiano al terrorismo, in carcere si radicalizzi ulteriormente rimane. Per le condizioni stesse del carcere. Per la natura dell’istituzione: “L’esperienza afflittiva e deprivante - aggiunge Sbraccia - può essere di per sé un elemento che orienta alla radicalizzazione. Un soggetto che viene da una condizione di marginalità sociale, in carcere trova conferma del processo di esclusione che la società sta compiendo nei suoi confronti”. E può, quindi, maturare sentimenti di odio nei confronti di quella società. L’odio, è fin troppo banale dirlo, è l’anticamera di tutti i tipi di radicalizzazione.

Il carcere, insomma, in questi casi sarebbe da evitare. Almeno per i minorenni. Per evitare un risultato paradossale: che chi criminale non è, lo diventi perché lo Stato lo ha imprigionato. “Serve - chiosa Monaco - la prevenzione. Che si fa attraverso le istituzioni, la scuola, la famiglia. Se un ragazzo è a rischio radicalizzazione e si sente un martire, all’interno della cella questo proposito non farà altro che rinforzarsi”.

Non c’è nulla di arbitrario nei casi che abbiamo raccontato: se i ragazzini sono stati messi in carcere è perché una legge lo ha consentito. Una legge che, però, rischia di essere ben poco lungimirante. L’altra legge, quella che puntava alla prevenzione contro il radicalismo islamico con strumenti educativi ben diversi dal carcere e che avevano scritto Andrea Manciulli ed Emanuele Fiano nella scorsa legislatura, non è mai stata approvata. E giace nelle stanze del Parlamento come lettera morta, mentre lo Stato continua a riempire le carceri, anche quelle minorili, di persone che, prima di essere imprigionate, andrebbero sostenute in un percorso di rieducazione.