di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 22 ottobre 2022
Le difficoltà di gestione date anche dai casi complessi di minori con dipendenze o disagio psichico. Don Rigoldi: “Utile affiancare agli operatori alcuni mediatori culturali, magari con un passato sulla strada”.
Chiuso in una cella del Cpa di Torino l’ormai noto Bilal aspetta che in udienza il gip del Tribunale per i minorenni decida se convalidare il suo arresto e applicare una misura cautelare come chiede la Procura. Capirà bene quello che sta succedendo? Troverà lì dentro qualche adulto in grado di agganciarlo, parlare la sua lingua, stare con lui? È arrivato dal Marocco come minore straniero non accompagnato, è stato colto in flagranza di reato sette volte in due mesi per furto di Rolex e collanine, aveva detto di avere 12 anni e invece, dagli ultimi accertamenti medici, ne avrebbe 14. Potrebbe quindi finire in carcere.
La sua vita sbandata è finita in modo traumatico nelle mani della giustizia. E lui - Bilal - cosa pensa? “Anche per un ragazzino non imputabile penalmente il magistrato può disporre misure di sicurezza contenitive, sotto questo aspetto avere meno di 14 anni non lascia il Tribunale senza strumenti, non è questo il punto - ridimensiona Paolo Tartaglione, responsabile della comunità Arimo -. Bisogna chiedersi invece perché continuava a scappare dalle comunità, non è un tema banale”. Le strutture chiudono per mancanza di educatori in un momento storico in cui un ospite su due ha origini straniere e quelle che resistono non hanno le risorse sufficienti e adatte per agganciare d’istinto, in tempi brevi, ragazzini così problematici: “Regione Lombardia ha dato da poco la libertà di assumere anche psicologi, sociologi e esperti di scienze sociali, oltre che laureati in scienze dell’Educazione, ma forse non basta - aggiunge don Gino Rigoldi -. Talvolta sarebbe utile affiancare mediatori culturali o giovani che magari abbiano fatto la vita di strada e riescono a ispirare un rapporto di fiducia subito, complici le esperienze comuni, il Paese d’origine, la lingua”.
I minori che presentano una elevata multi problematicità, magari anche per l’abuso di sostanze o disagio psichico, possono rendere difficile la gestione interna nelle comunità non specializzate, a maggior ragione se si creano numerosi gruppi mono-etnici coesi che entrano in contrapposizione tesa o violenta con altre etnie, sottolinea Francesca Perrini, dirigente del Centro di giustizia minorile: “Le strutture talvolta non danno più la disponibilità all’accoglienza di minori stranieri nell’area penale” tanto che, aggiunge la presidente del Tribunale di via Leopardi Maria Carla Gatto, “in questo momento non è neanche possibile eseguire misure penali di collocamento in comunità perché non ci sono posti”. La situazione è esplosiva e le stime della Procura parlano chiaro: negli ultimi nove mesi almeno un minore su dieci colto in flagranza di reato era “senza fissa dimora”. O visto da un’altra angolazione: finora nel 2022 e nel distretto di competenza il Tribunale ha aperto 1.400 procedimenti (contro i 984 di tutto il 2021) ma di questi, solo 900 ragazzi risultavano inseriti in comunità. Gli altri 500 se la cavavano altrove: in casi estremi forse per strada, da soli, dove organizzazioni più grandi di loro si impossessano troppo presto della loro infanzia.
“Uno dei momenti più tristi del nostro lavoro è quando vediamo arrivare i ragazzini. Spesso sono sporchi, spaventati e affamati, oltre che soli - racconta Francesca Ciulli, storica operatrice di comunità. Ricordo come fosse ieri Hafi: aveva 13 anni, era molto magro e indossava un impermeabile chiaro, lungo e grande, aveva i capelli schiacciati sulla fronte e non parlava una parola di italiano. La polizia era intervenuta mentre un tossicodipendente reclamava da lui la sua dose di eroina gratis, minacciandolo con una bottiglia di vetro rotta; l’aveva già tagliato sull’avambraccio, se non fosse passata la volante avrebbe fatto l’ennesima fuga senza sapere dove andare”. “La storia di Bilal per certi aspetti è analoga. Dice di avere 12 anni ma si atteggia da adulto e vuole essere trattato da adulto” considera ancora Emanuele Martinoli, socio storico della comunità Oklahoma. “Dice che deve lavorare per aiutare la famiglia d’origine: un desiderio infantile in un corpo da bambino che pretende di essere grande. Come dovremmo trattare allora Bilal (e i prossimi Bilal) che arriveranno o verranno mandati in Italia per cercare lavoro e aiutare la loro famiglia?”. Dovremmo dare loro un lavoro, in deroga alle leggi sul divieto di lavoro minorile, per consentirgli di guadagnare i soldi (meglio che rubare) e aiutare la famiglia? Dovremmo dare loro un tetto, del cibo e la scuola garantendo sostegno economico alla famiglia di origine? O dovremmo rimandarli a casa appena li individuiamo? Quale di queste soluzioni è corretta e quale possiamo permetterci?










