ilviaggiomagazine.it, 11 settembre 2026
Irene Testa è la Garante delle persone private della libertà della Regione Sardegna. Conosce da vicino la realtà delle carceri italiane e, all’indomani del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri che punta a rafforzare gli strumenti di prevenzione e contrasto della criminalità giovanile, abbiamo cercato di capire quali potrebbero essere gli effetti della riforma. Le misure riguardano i minori tra i 14 e i 18 anni, la fascia di età nella quale, secondo il codice penale italiano, può essere riconosciuta l’imputabilità. Una persona è imputabile quando, al momento del fatto, è in grado di comprendere il significato e il disvalore della propria condotta (capacità di intendere) e di autodeterminarsi, cioè scegliere liberamente come agire (capacità di volere). Secondo Irene Testa, il nuovo impianto normativo introduce una diversa impostazione nell’accertamento dell’imputabilità: mentre finora il principio è stato quello di verificare caso per caso la piena capacità del minore, la riforma tenderebbe a considerare il ragazzo imputabile salvo prova contraria.
Saremo davvero più sicuri?
Non credo. Si abbandona l’idea che un adolescente sia una persona in formazione e lo si avvicina sempre di più al modello penale degli adulti. La sicurezza non si costruisce trasformando un quattordicenne in un adulto davanti alla legge. Una politica che investe sulla repressione invece che sulla prevenzione non costruisce più sicurezza: costruisce soltanto più esclusione. E quando uno Stato rinuncia a educare e sceglie soltanto di punire, il prezzo lo paga l’intera società.
Che cosa significa il carcere per un minore?
La giustizia minorile italiana è nata con un principio molto chiaro: il carcere deve essere l’ultima risposta, non la prima. Perché un ragazzo che sbaglia ha ancora il diritto di cambiare. La funzione della pena, nei confronti dei minori, dovrebbe essere anzitutto educativa e orientata al reinserimento, non semplicemente punitiva.
Qual è la situazione oggi?
Questa scelta arriva mentre la giustizia minorile è già diventata più repressiva. Negli Istituti Penali per i Minorenni sono oggi presenti 581 ragazzi, oltre il 52% in più rispetto al 2022. Nello stesso periodo il numero dei giovani presi in carico dalla giustizia minorile è cresciuto di circa il 25%. Di fronte a questi numeri il Governo non si chiede perché aumentino il disagio, la dispersione scolastica, la povertà educativa o il reclutamento dei minori da parte della criminalità. Sceglie invece la strada più semplice: più carcere, più punizione, meno garanzie.
Come si affronta davvero il problema della violenza giovanile?
Investendo nella scuola, nei servizi sociali, nella salute mentale, nello sport e nelle comunità educative. È così che si riduce davvero la recidiva. Ogni posto in più in carcere racconta il fallimento di ciò che non si è riusciti a fare prima. La sicurezza nasce molto prima delle sbarre.









