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di Guido Boffo

Il Messaggero, 19 novembre 2025

Sappiamo poco delle condizioni che hanno spinto le gemelle Kessler, Alice ed Ellen, a scegliere il suicidio assistito per congedarsi dalla vita esattamente come l’avevano vissuta. Insieme. Ma da quel poco che sappiamo, in Italia non avrebbero avuto accesso a questa opportunità. In attesa di un intervento legislativo del Parlamento, tanto auspicabile quanto improbabile, i requisiti stabiliti dalla Consulta con la sentenza 242 del 2019 (caso Cappato/Dj Fabo) sono molto stringenti. Per farsi aiutare a morire, devono ricorrere le seguenti condizioni: una patologia irreversibile, sofferenza fisica e psicologica intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale o una condizione clinica equivalente, verifica dell’Asl di competenza e parere di un comitato etico. E pensare che anche in Germania il suicidio assistito è oggetto di un inconcludente dibattito parlamentare. Esattamente come è successo da noi, un anno dopo per la precisione, la Corte Costituzionale di Karlsruhe ha fatto da supplente. Ma la sentenza del 2020 non fissa paletti, se non quello di una “decisione libera e responsabile” e riconosce espressamente un diritto al morire autodeterminato, come espressione del diritto alla personalità.

La conseguenza è che il parlamento tedesco può, anzi deve intervenire secondo gli auspici dei giudici, ma senza svuotare quel “diritto alla morte”, prevedendo ad esempio che il paziente sia un malato terminale tenuto in vita dalle macchine o una procedura eccessivamente lunga e burocratica che renda difficoltoso accedere al farmaco letale. Il legislatore è chiamato a introdurre dei filtri ed evitare gli abusi, ma l’impostazione della Corte tedesca non sembra compatibile con una valutazione in termini di razionalità oggettiva dei motivi alla base della scelta di suicidarsi.

Non importa perché le gemelle Kessler l’abbiano fatto, se a causa della depressione di una delle due o di qualche altra malattia, e il rispetto che si deve a un epilogo così toccante e drammatico non giustifica alcun giudizio morale, tantomeno il voyeurismo. Quello che conta, come spiega il portavoce dell’associazione che le ha seguite, è che la loro decisione fosse maturata da un tempo sufficiente, che non vedessero alternative e che fosse libera. Condizione, quest’ultima, incompatibile con una patologia neuropsichiatrica. Per accertarsene sono state seguite da un medico e da un legale, non da un comitato etico. In Italia il suicidio assistito è un’eccezione al reato di istigazione e aiuto al suicidio, una via strettissima presidiata dallo Stato. In Germania non è ancora il “liberi tutti” di molti Paesi nordici, ma una procedura discreta e rapida che non trova nel diritto inalienabile alla vita un ostacolo (quasi) insormontabile. Il diritto alla vita e alla morte sono le facce della stessa medaglia, entrambi disponibili. I numeri riflettono la giurisprudenza: i media tedeschi stimano tra 1000 e 1200 casi nel 2024, da noi - secondo i dati diffusi dall’associazione Luca Coscioni - quindici persone hanno ottenuto via libera alla morte assistita e una decina vi hanno fatto ricorso. 

L’Italia è indietro o avanti? L’Italia è in mezzo, nella terra di nessuno. Troppo delicato l’argomento, troppe le sensibilità in gioco. Non ci sono maggioranze e opposizioni quando si tratta di fine vita, ma partiti trasversali. E l’ombra lunga del Vaticano. La decisione delle gemelle Kessler ha riaperto il dibattito, ma da qui al termine della legislatura le priorità sono altre e la proposta di legge della maggioranza, per certi versi più restrittiva della sentenza della Corte Costituzionale, è finita su un binario morto (anche poco assistito, per la verità). Quello che ci sembra discutibile è che la questione venga affrontata con leggi regionali - sinora di Toscana e Sardegna, impugnate alla Consulta dal governo - come se davanti alla vita e alla morte ci potessero essere cittadini di serie A e B, alcuni più tutelati e altri meno, alcuni più liberi e altri meno. D’altra parte, prima o poi il tema non potrà più essere eluso, soprattutto in un Paese che invecchia a ritmi sostenuti e fatica a garantire l’universalismo del diritto alla salute. Potremmo allora trovarci nella condizione scomoda di dover scegliere tra uno Stato etico, se non confessionale, e uno Stato libertario. O sperare che la classe politica, realizzando che le elezioni non si vincono o si perdono sulla sofferenza della gente e sul mistero dell’esistenza, trovi finalmente un’intesa su alcuni principi fondamentali: quello per cui la vita va difesa finché è umanamente possibile; la formazione di una libera volontà va sempre garantita, vigilata, verificata; vanno tutelate le persone fragili, i minori, nella loro vulnerabile autodeterminazione; e bisogna assolutamente impedire che su una scelta tanto estrema pesino fattori economici, marginalità sociali, difficoltà di cura. Questo e altro, lasciando il resto alla libertà di coscienza e di obiezione. Perché nessuna legge, nessun partito, nessuna sfera pubblica, per quanto pervasiva e occhiuta, può spingersi in fondo all’animo umano.