di Silvio Masin*
Corriere della Sera, 20 febbraio 2024
Giustizia riparativa: un termine sconosciuto a molte persone, un tema fuori da qualsivoglia dibattito politico-sociale. Eppure, all’interno della riforma penale - la cosiddetta Riforma Cartabia - sono presenti ben 25 articoli che disciplinano organicamente la Giustizia riparativa in Italia. L’applicazione della Giustizia riparativa nei diversi sistemi di giustizia è presente in tutti i Paesi occidentali da molti anni. L’Unione Europea ne indica la strada e i contenuti dal 1998.
È un modello di giustizia capace di ridare centralità alla dimensione relazionale del reato e di promuovere soluzioni che tengano conto dei bisogni delle vittime e sappiano garantire, attraverso un coinvolgimento significativo della comunità, il risanamento dei legami sociali. E un approccio in grado di ricomporre la lacerazione e le ferite subite dalle vittime, attraverso un loro attivo coinvolgimento nella ricerca di soluzioni che la pena, a volte, non può soddisfare.
E una giustizia “dal volto umano”, che attraverso il momento del conflitto cerca di riportare ordine, armonia in un contesto personale, relazionale, comunitario solcato dal vulnus rappresentato dal reato. In questo ultimo periodo si stanno definendo i decreti ministeriali attuativi per realizzare i Centri per la Giustizia riparativa, che dovranno essere realizzati almeno in ogni Corte d’Appello in Italia, grazie al lavoro della Conferenza Nazionale per la Giustizia Riparativa istituita presso il Ministero della Giustizia. Riteniamo che sia fondamentale sperimentare e diffondere un modello innovativo di giustizia che si richiami al paradigma culturale della Giustizia riparativa, capace dunque di abilitare competenze di relazione col territorio, ponendo l’attenzione sulla costruzione di una relazione positiva tra minori devianti o a rischio di devianza, con la vittima di reato e con la società di appartenenza.
Il coinvolgimento diretto e partecipativo dei Servizi sociali del Ministero della Giustizia, dei Servizi sociali territoriali, delle Istituzioni scolastiche e degli enti del Terzo settore è il presupposto necessario per delineare percorsi di applicazione della stessa riforma penale a livello locale. La sfida che abbiamo davanti sta nel ri-creare o, meglio, nel ri-definire una comunità educante in grado di promuovere servizi/percorsi/approcci che sappiano raggiungere l’obiettivo di limitare l’incidenza dei fattori di rischio ambientali, familiari e personali, potenziando il ruolo dei fattori di protezione quali le competenze emotive, l’incremento dei livelli di auto stima attraverso esperienze positive di socializzazione, l’autoefficacia percepita, l’approccio multiprofessionale e integrato dei professionisti, l’approccio culturale riparativo e non semplicemente retributivo di una comunità. La sfida oggi, a nostro avviso, è quella di andare oltre le logiche della cura “istituzionale”.
Dobbiamo immaginare invece un modello educativo-riparativo che, forte di saperi specialistici, si metta al servizio del territorio, coinvolga gli attori della comunità, esplorando le nuove frontiere delle politiche sociali collaborative. Riparazione, riconciliazione, rigenerazione sono parole chiave per una seria applicazione del paradigma riparativo in un contesto sociale.
Un’esperienza ricca di significato e di risultati è ad esempio il progetto “Tra Zenit e Nadir: rotte educative in mare aperto”, promosso da due partner nazionali - l’Istituto don Calabria e il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca) - e da una sessantina di partner locali, con il finanziamento di Con i Bambini. Un’iniziativa che si basa sul paradigma della Giustizia riparativa, in grado di mettere al centro la cultura come luogo della crescita, della creatività, del fare, ingaggiando i ragazzi coinvolti - inseriti nel circuito del penale minorile o autori di atti devianti - rispetto ad un mondo lavorativo vario e originale, facendoli lavorare su espressività, desiderio, motivazione, e dove l’attività culturale diventa strumento di inclusione sociale e rigenerazione del territorio.
Tra Zenit e Nadir si propone, quindi, di promuovere un impatto a livello sociale e culturale sulle comunità territoriali coinvolte, ricucendo legami che possono favorire la formazione di competenze relazionali oltre che di competenze professionali, innescando percorsi riparativi e rigenerativi. Ciò favorisce la costruzione e definizione di percorsi “sartoriali” in grado di sviluppare le passioni e le competenze dei ragazzi.
*Fondazione don Calabria per il Sociale










