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di Isaia Sales


Il Mattino, 12 dicembre 2019

 

Che fine fanno a Napoli i tanti minori autori di reati che sono transitati negli istituti di pena o nelle comunità di accoglienza? Da adulti ripetono lo stesso percorso delinquenziale? L'esperienza di "recupero" nelle carceri minorili o attraverso l'uso di strumenti alternativi come la cosiddetta "Messa alla prova" (imparare un mestiere, seguire un percorso di formazione e d'istruzione) riesce a interrompere la catena criminale dal carcere minorile a quelli per adulti?

Su questo problema sono state svolte delle specifiche ricerche da parte di alcune università che meritano una approfondita riflessione. Ultimamente il centro di ricerca Res Incorrupta del Suor Orsola Benincasa ha prodotto un report per la Commissione parlamentare antimafia che proviamo a commentare.

Innanzitutto partiamo da una premessa: in cosa consiste la particolarità e l'esplosività della questione minorile a Napoli rispetto ad altre grandi città italiane? In fondo, si potrebbe dire, anche in altre parti d'Italia la delinquenza minorile si presenta innanzitutto come un problema specifico delle grandi città, delle loro periferie e degli estesi hinterland metropolitani.

E perché mai Napoli dovrebbe sfuggire a questa omologazione, essendo la terza città per numero di abitanti e la seconda area metropolitana per popolazione, e avendo al suo interno alcune delle più estese periferie? Le differenze ci sono e sono del tutto particolari. Innanzitutto, quello di periferia è un concetto non geografico ma sociale a Napoli, ultima grande città italiana ed europea a mantenere una estesissima periferia al centro del suo stesso sistema urbano.

Certo, esistono anche i casi similari di Palermo, Bari e Catania, ma non si arriva in queste città a un così consistente fenomeno di "effetto periferia" nel cuore del centro storico come avviene nel capoluogo partenopeo.

In Europa il paragone può essere fatto solo con Marsiglia. A Napoli si presentano tre grandi enclave caratterizzate da profondi disagi sociali e da emergenze criminali: il centro storico, le periferie orientali e occidentali e il disastro urbano e civile che è l'hinterland metropolitano. Un disagio infantile, minorile e adolescenziale a gironi concentrici. In altre città i minori sono esposti alla deprivazione culturale e sociale, alla vita illegale ma non immediatamente a quella criminale. La criminalità a Napoli vive spalla a spalla con il disagio minorile.

Un numero così alto di minori coinvolti in attività mafiose e camorristiche non esiste in nessun'altra parte. E c'è un'ulteriore differenza. Se in altre grandi città italiane ed europee la questione minorile è anche espressione di una difficile integrazione di varie ondate migratorie, interne all'Italia ed esterne, a Napoli essa è una questione indigena, interna. Gli stranieri c'entrano poco.

La questione minorile è quasi esclusivamente questione napoletana e di napoletani. Non si riscontrano (finora) a Napoli ragguardevoli presenze di gang minorili o giovanili formate da immigrati come avviene in altre grandi città come Milano e Torino. Si può parlare a ragione di questione minorile napoletana come espressione di un'implosione sociale della città e della sua area metropolitana. Oggi l'uso dell'illegalità non risponde a un bisogno di sopravvivenza ma di riuscita sociale.

La violenza e il crimine si affermano come mezzi rapidi di ascesa, di successo, di carriera, di identità, di realizzazione umana e sociale. La mobilità sociale non è assicurata dalla scuola, dalla famiglia, dal lavoro, ma sempre più dalla violenza agita, dalla ferocia non mitigata. E se nelle altre città, le forme violente si esercitano anche da parte di ragazzi provenienti da famiglie borghesi, a Napoli invece c'è quasi il monopolio di atti violenti da parte di ragazzi di famiglie sottoproletarie. Non sembrano, quelli minorili, reati interclassisti.

E se in altre città l'esperienza in istituti di pena minorili non si tramuta necessariamente in continuità delinquenziale al raggiungimento della maggiore età, a Napoli e provincia gran parte dei ragazzi che hanno commesso reati passano nelle carceri per adulti. Nella ricerca del Suor Orsola è stata riscontrata il 41,6% di recidiva da adulti per i minori "messi alla prova". Cioè anche quei ragazzi (coinvolti in reati vicini propedeutici all'ingresso nei clan di camorra) che avevano seguito con successo una particolare esperienza di istruzione o di apprendimento di un mestiere, che per un periodo li aveva allontanati dalla vita precedente, da adulti hanno ripreso la frequentazione dei circuiti delinquenziali.

E immaginiamo quanto più alta deve essere la recidiva per i minori che non hanno seguito neanche un percorso di recupero al lavoro e allo studio! In definitiva, i dati della ricerca sulla devianza minorile a Napoli ci dicono che: la maggior parte dei minorenni rei presi in considerazione sono già noti alle forze dell'ordine o ai servizi sociali territoriali per evasione scolastica. Molti di loro neppure si iscrivono al primo anno di scuola superiore e faticano non poco a terminare le scuole medie inferiori.

La scuola nelle attuali condizioni non è per essi attraente e su di essa non costruiscono un'ipotesi di vita e di lavoro. Le loro famiglie sono quasi sempre disgregate, conflittuali; si tratta di famiglie in cui sono presenti problemi di tossicodipendenza, di criminalità, quindi disfunzionali alla crescita. Esse presentano caratteristiche del tutto peculiari: i genitori sono ben più giovani rispetto alla media italiana e con più figli, hanno una scolarità molto bassa, le madri sono disoccupate e i padri hanno lavori saltuari o non professionali.

L'acculturazione illegale e criminale comincia dalla famiglia, e il ruolo del gruppo amicale appare centrale anche per la commissione degli atti criminali che, ben lungi dal rappresentare azioni da nascondere e da fare singolarmente, diventano momenti di condivisione pubblica e di impegno comune. Il gruppo sostituisce la famiglia, la scuola e ogni altra agenzia formativa.

Lo Stato con le sue azioni repressive o di recupero ("messa alla prova", perdono giudiziale, sospensione della pena) interviene troppo tardi, quando il percorso è già abbastanza segnato. Se tutti gli attori del sistema della giustizia minorile lavorassero ogni giorno al massimo delle proprie capacità non riuscirebbero a far fronte ad una emergenza che è e rimane sociale e non giudiziaria.

Lo Stato dovrebbe farsi carico dei minorenni ben prima che diventino rei, incrementando interventi preventivi come la diffusione capillare dei servizi territoriali con l'obbligo di seguire ogni minorenne in famiglie problematiche, o con precedenti penali.

La repressione fotografa lo stato delle cose, ma non è in condizione di modificarle. La questione minorile è una preminente questione sociale ed educativa: affidarla ai magistrati vuol dire arrivare tardi e compromettere le buone cose che pure la legislazione in materia consente.