di Alessandra Stoppini
santalessandro.org, 1 febbraio 2025
Minori in carcere: “Con i percorsi giusti possono cambiare e avere un futuro migliore”. “Sono tra quelli che non si stancano di sognare un futuro fuori per i ragazzi che hanno sbagliato, nessuna concessione alla superficialità quindi, ma duro lavoro di educazione alla responsabilità”. Domenico Cambareri, parroco in provincia di Bologna e cappellano dell’Istituto Penale per i Minorenni del capoluogo, ha scritto “Ti sogno fuori” (Edizioni San Paolo 2024, Prefazione di Susanna Marietti, pp. 149, 16,00 euro), che raccoglie “Lettere da un prete da galera”, come recita il sottotitolo del testo.
Lettere briose, profonde, filosofiche, dense di umanità e di straordinarie lezioni educative, tra testi di canzoni trap e brani di Seneca. È il dialogo che Don Domenico “prete di galera”, cappellano del carcere minorile di Bologna, intraprende idealmente con Y, uno dei tanti ragazzi che ha incontrato e oggi, dopo avere scontato la sua pena, vive libero.
Il testo offre uno scorcio straordinario dal punto di vista di un educatore, ed è anche un affresco del mondo degli IPM (Istituti Penali per i Minorenni): realtà sconosciute ai più, e relegate a una sorta di irrilevanza sociale. Ne parliamo con Don Domenico Cambareri, laureato in Italianistica all’Università di Bologna, che ha conseguito a Firenze il dottorato di ricerca in Teologia dogmatica alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.
Qual è l’età minima per entrare nel carcere minorile?
“L’età minima per essere detenuto in un IPM è quella di avere l’età dell’imputabilità ossia 15 anni. A 25 anni invece, nel giorno del loro compleanno, i ragazzi vengono trasferiti nel carcere per adulti. Quindi 9 anni. In seguito al Decreto Caivano, sono aumentate le possibilità di essere incarcerati. In alcuni casi, anche un oltraggio a pubblico ufficiale può essere punito con il carcere”.
Che differenza c’è tra carcere minorile e riformatorio?
“Il riformatorio era, fino al 1988, il luogo in cui venivano reclusi i ragazzi dai 14 ai 21 anni. Questo è durato fino alla riforma Orlando del 2018, perché prima anche negli IPM si restava fino ai 21 anni. Il riformatorio, che era puramente contenitivo e paternalistico, è diventato una realtà che recepisce le indicazioni della pedagogia moderna”.
Evasioni, rivolte, come quelle avvenute di recente al “Cesare Beccaria” di Milano, per Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria): “Da molto, troppo tempo arrivano segnali preoccupanti dall’universo penitenziario minorile”. Quali sono le falle del sistema?
“È il contrasto tra il progetto di giustizia minorile, che negli ideali è molto esigente e dispendioso, e le risorse. Anche quest’anno sono stati tagliati dei fondi. Il grosso di questa spesa va alla sicurezza, quindi il contenimento dei ragazzi cala la prospettiva educativa, il lavoro educativo su di loro”.
Il Ministero della Giustizia ha comunicato che, dopo un’ispezione svolta nei giorni scorsi al carcere Beccaria da parte di funzionari del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità, sono stati individuati “alcuni interventi infrastrutturali da svolgersi con la massima urgenza”. Basteranno?
“Il Beccaria è un cantiere da tempo immemorabile… Bisogna anche approntare strutture a scopi educativi, non solo volte a prevenire evasioni e rivolte. C’è la possibilità di ottenere la semilibertà, il ragazzo meritevole viene portato a stare in una cella speciale da solo, ma nell’IPM di Bologna queste celle mancano. Quindi, i ragazzi meritevoli rimangono in questo brodo primordiale, insieme agli altri detenuti, esponendosi a gravi rischi”.
I ragazzi stranieri negli Istituti Penali per i Minorenni sono oltre la metà. Spesso nati in un’Italia che, nonostante il fiorire di una copiosa legislazione sul tema dell’immigrazione, non ha ancora risolto l’integrazione nella società. Che cosa ne pensa?
“Questi ragazzi non hanno una rete sociale alternativa e parallela a quella dei ragazzi italiani, che secondo le statistiche delinquono di più. Dico sempre a questi giovani detenuti stranieri: “Voi dovete decidere o scegliere di essere italiani o nuovi italiani, qualsiasi cosa sarete”. Molti di loro non hanno idea della complessità di una società occidentale come la nostra. Vivo a Bologna e mi sono reso conto che c’è un fortissimo razzismo, mai l’avrei sospettato, e questo i ragazzi me l’hanno fatto notare. La cosa strana è che vengono discriminati ragazzi che parlano con l’accento bolognese, immigrati di seconda generazione”.
Ci racconta brevemente la storia di Y?
“Con la sua testimonianza Y racconta la parabola migliore di un IPM, meriterebbe la cittadinanza italiana per il suo percorso. Ragazzo simbolo di tutti quei giovani ricchi di talento ma frenati da povertà e da problemi familiari. Posso dire che da cappellano ho avuto il privilegio di assistere alla resurrezione di Y”.
Le storie e le voci di questi giovanissimi danno la misura di quanto sia importante non arrendersi, come comunità, e fornire strumenti di cambiamento, percorsi di riconciliazione, prospettive di futuro. Come fare?
“Serve una grande alleanza tra la città e il carcere minorile per far tornare i giovani detenuti alla legalità. Puntare su tre cose: una scuola fatta bene, percorsi di lavoro, esperienze formative di discontinuità con il passato dei ragazzi”.











