di Rachele Stroppa*
lavialibera.it, 1 novembre 2024
A lungo elogiato dall’Europa, il sistema penale minorile è in crisi. Prima soltanto il 4 per cento dei giovani autori di reati finiva negli istituti, che oggi sono invece sovraffollati. L’Europa ha sempre ritenuto il sistema italiano della giustizia penale minorile un modello da imitare. Innanzitutto perché considera il carcere l’extrema ratio e, in secondo luogo, perché pone l’ideale educativo al centro dell’intero modello. Dal 1988 - anno dell’entrata in vigore del codice di procedura penale minorile - il sistema è riuscito a rendere residuale la risposta carceraria, puntando su percorsi individuali e di integrazione fondati su studio, formazione, vita comunitaria e sulla connessione costante con le realtà del territorio. Il nostro sistema di giustizia minorile ha funzionato in maniera efficace e i giovani all’interno degli istituti penali per minori (ipm) non hanno mai superato il 4 per cento di quelli complessivamente in carico ai servizi della giustizia minorile.
Europa ha sempre ritenuto il sistema italiano della giustizia penale minorile un modello da imitare. Innanzitutto perché considera il carcere l’extrema ratio e, in secondo luogo, perché pone l’ideale educativo al centro dell’intero modello. Dal 1988 - anno dell’entrata in vigore del codice di procedura penale minorile - il sistema è riuscito a rendere residuale la risposta carceraria, puntando su percorsi individuali e di integrazione fondati su studio, formazione, vita comunitaria e sulla connessione costante con le realtà del territorio. Il nostro sistema di giustizia minorile ha funzionato in maniera efficace e i giovani all’interno degli istituti penali per minori (ipm) non hanno mai superato il 4 per cento di quelli complessivamente in carico ai servizi della giustizia minorile.
Oggi il sovraffollamento non riguarda soltanto gli istituti penitenziari per adulti, ma anche gli ipm. Al 15 settembre 2024 i giovani detenuti erano 569 e da febbraio superano costantemente le 500 presenze, oscillando tra le 560 e le 580. A ottobre 2022, il momento in cui si è insediato l’attuale governo, le carceri minorili ospitavano 392 persone, in linea con il dato pre-pandemia. In meno di due anni, il numero dei giovani detenuti è aumentato del 48 per cento. Un’impennata che non ha eguali e che non trova alcun fondamento in un parallelo aumento della criminalità minorile, che negli ultimi 15 anni ha avuto un andamento ondivago senza particolari picchi e che anzi nel 2023 ha visto diminuire del 4 per cento, rispetto all’anno precedente, il numero di denunce e arresti.
L’aspetto preoccupante è che non si tratta di casi isolati, ma di una situazione diffusa su tutto il territorio nazionale: su 17 Ipm, ben dodici ospitano più ragazzi di quelli che dovrebbero. La situazione peggiore è a Treviso, con 22 ragazzi per 12 posti regolamentari (tasso di affollamento pari al 183 per cento), seguito dal Beccaria di Milano (54 ragazzi per una capienza di 37 posti, tasso di sovraffollamento del 145,9 per cento) e dall’Ipm di Acireale (22 ragazzi per 17 posti, tasso del 129,4 per cento). Il sovraffollamento peggiora le condizioni di detenzione all’interno degli istituti, già provati dai lavori di ristrutturazione e dai danni provocati durante le proteste degli ultimi mesi. Emblematica la situazione a Treviso e Torino, dove le brandine da campeggio sopperiscono alla mancanza di posti letto.
Chi c’è dentro le carceri - Al 15 settembre 2024, le ragazze detenute negli ipm rappresentavano il 4,6 per cento del totale, in linea con i numeri registrati sino a ora. Inoltre, sebbene negli istituti possano scontare la pena i giovani fino ai 25 anni (per un reato commesso da minorenni), la fascia di età più rappresentativa va dai 16 ai 17 anni. Oggi circa il 60 per cento dei ragazzi detenuti è costituito da minorenni, mentre fino a qualche anno fa erano in larga parte giovani adulti. Un’inversione di tendenza influenzata dal decreto Caivano, che ha reso più agevole il trasferimento dei giovani nelle carceri degli adulti al compimento della maggiore età. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio, che rappresentano il 52,2 per cento del totale e che, in quasi il 70 per cento dei casi, sono commessi da stranieri. Diminuiscono, invece, le presenze dei ragazzi non italiani, che al 15 settembre 2024 rappresentavano il 46,7 per cento dei presenti, il 5 per cento in meno rispetto al 15 gennaio 2024.
Giovani senza famiglia - Si tratta perlopiù di ragazzi provenienti dal Nord Africa, molti dei quali minori stranieri non accompagnati (msna), costretti a una vita di strada anche per la mancanza di strutture di accoglienza esterne. Spesso questi giovani vengono arrestati nel Nord Italia, ma a causa del sovraffollamento sono trasferiti negli Ipm del Sud e allontanati dai pochi riferimenti territoriali che possiedono. Molti utilizzano psicofarmaci, anche a causa dell’elevato numero di presenze che rende più difficile la presa in carico individualizzata e alla scarsità di comunità in grado di accogliere ragazzi con queste problematiche. Inoltre, i minori stranieri non accompagnati, una volta terminata la fase dell’esecuzione penale, faticano a inserirsi sul territorio e finiscono per tornare all’interno del circuito penale. I minori stranieri non accompagnati sono considerati i responsabili di questa crisi di sistema quando, invece, sono solamente i soggetti portatori di più fattori di marginalità. Molti di loro hanno alle spalle esperienze di viaggio traumatiche, altri hanno già sperimentato la detenzione in Libia. La percezione è che questi ragazzi sentano di non avere ormai più nulla da perdere. Una disperazione che il sistema minorile fatica a interpretare e ad agganciare.
Risposte dure alle proteste - Tra gli effetti drammatici della crisi del sistema minorile vi sono senza dubbio gli eventi che si verificano sempre più di frequente negli Ipm: proteste, incendi, casi di autolesionismo ed evasioni dipingono un quadro preoccupante e di non facile soluzione. A fronte di tutto ciò, le istituzioni riducono le ore da trascorrere fuori cella, ricorrono con frequenza all’isolamento e, più in generale, non sembrano favorire un cambiamento di clima all’interno degli istituti.
La decisione di imporre l’utilizzo dell’uniforme agli agenti penitenziari in servizio negli Ipm - che fino a pochi giorni fa vestivano abiti civili - sembra rispondere alla necessità di ripristinare l’ordine negli istituti anziché agire sulle vere cause della crisi del sistema. È come se l’ingranaggio di un modello che ha sempre funzionato si fosse inceppato e non si potesse riparare. Caso emblematico è quello dell’Ipm Beccaria di Milano, dove nel 2024 abbiamo appreso con sbigottimento la notizia di presunte torture nei confronti di ragazzi minorenni. All’interno dell’istituto il rapporto fiduciario tra custodi e custoditi si è rotto, creando una situazione che potremmo definire post-traumatica. Ci auguriamo che questa fase così drammatica venga superata il prima possibile.
*Ricercatrice dell’Associazione Antigone










