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di Tommaso Perrone

Vanity Fair, 11 settembre 2026

Alberto Pellai: “Oggi i social network sono come una stanza piena di fumo dove se entri hai molta più probabilità di intossicarti che di uscirne sano. Qual è quell’adulto che, avendo cura della tua crescita, vorrebbe farti entrare?”. Europa e Italia si preparano a regolare la presenza dei minori online. I giovani italiani sono quelli che si sentono meno sicuri. Ma per gli esperti il punto non è solo vietare: servono adulti più consapevoli, piattaforme più sicure e - soprattutto - maggiori occasioni di crescita nel mondo reale. “Oggi i social network sono come una stanza piena di fumo dove se entri hai molta più probabilità di intossicarti che di uscirne sano. Qual è quell’adulto che, avendo cura della tua crescita, vorrebbe farti entrare in una stanza piena di fumo?”.

È questa la risposta che Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha scelto di dare a una ragazza o a un ragazzo che, in questo periodo storico, dovesse chiedersi perché gli adulti sono così ossessionati dall’idea di vietare i social ai più giovani.

Un’analogia che non finisce qui. Prima di rientrare in quella stanza, infatti “dovremmo aprire le finestre, far uscire tutto il fumo, depurare l’ambiente. Solo così quella stanza tornerebbe accessibile”. Per Pellai, i social sono ambienti progettati in modo tale che i rischi finiscano per superare i benefici. Soprattutto per i minori. Conclusione: se hai meno di 16 anni “è meglio che ne resti fuori”. È dentro questa preoccupazione che si collocano le proposte avanzate in Italia, in Europa e in altri Paesi per limitare o ritardare la presenza dei minori online e l’accesso ai social network. La Commissione europea ha annunciato la presentazione entro l’autunno di un piano complesso e strutturato, che dovrebbe prevedere diverse fasi di ingresso nel mondo digitale: dall’indicazione di evitare l’esposizione agli schermi fino ai 3 anni a una forma di autonomia graduale a partire dai 13. L’Italia ha scelto invece di anticipare i tempi con una proposta bipartisan in Parlamento, che prevede anche la formazione e l’accompagnamento dei genitori, spesso privi degli strumenti necessari per un’educazione digitale consapevole. Due ragazzi italiani su tre incontrano regolarmente contenuti inappropriati online, dai discorsi d’odio - come discriminazione, razzismo, incitamento alla violenza - fino alla disinformazione, dalla pornografia a contenuti dannosi per la salute come quelli che promuovono modi di essere molto magri, forme di autolesionismo e molto altro.

Su un punto, però, anche chi invita a non trasformare il divieto in una panacea sembra concordare: i social che usiamo oggi non sono ambienti neutrali. “I social media non sono stati progettati per adolescenti e bambini e negli ultimi anni la moderazione dei contenuti è stata ridotta a favore di una presunta libertà di espressione”, afferma Giovanna Mascheroni, sociologa dei media digitali e vice coordinatrice di EU Kids Online, una rete di ricerca il cui obiettivo è ampliare la conoscenza delle opportunità, dei rischi e della sicurezza online dei giovani europei. È grazie ai report della rete, infatti, che oggi sappiamo che “due ragazzi italiani su tre incontrano regolarmente contenuti inappropriati online, dai discorsi d’odio - come discriminazione, razzismo, incitamento alla violenza - fino alla disinformazione, dalla pornografia a contenuti dannosi per la salute come quelli che promuovono modi di essere molto magri, forme di autolesionismo e molto altro”, mentre “solo il 19 per cento di adolescenti e bambini italiani dice di sentirsi sicuro online, è il dato più basso in Europa e molto inferiore alla media europea”. Il tutto, è bene ricordarselo, finalizzato alla “monetizzazione dei nostri dati e del nostro tempo”. Ecco perché le piattaforme social “sono progettate per creare dipendenza, per tenerci incollati allo schermo il più a lungo possibile”.

L’importante è trascorrere online un tempo di qualità - Eppure, continua Mascheroni, “il problema non è tanto il tempo trascorso online, quanto la qualità dei contenuti”, il contesto e i motivi per cui un ragazzo o una ragazza sceglie di stare davanti a uno schermo. Le domande da farsi diventano allora più concrete: sto usando lo schermo nel tempo libero, durante la scuola o quando dovrei dormire? Mi sto annoiando? Fatico a interagire con i miei coetanei? Oppure sto imparando qualcosa, coltivando una passione, parlando con gli amici? Sapere i perché è fondamentale e “i genitori dovrebbero cercare di capire se l’uso dei social è una compensazione per difficoltà nella vita quotidiana”, osserva l’autrice del libro Per i bambini (edito da Mondadori Università). Gli adulti devono sapere cosa si fa sui social, quali sono gli ultimi aggiornamenti e cosa piace o infastidisce i ragazzi. Ci vuole quella che Mascheroni definisce “mediazione abilitante”, cioè il coinvolgimento degli adulti nelle attività online dei figli e il loro accompagnamento all’uso. Anche perché, avverte, “i divieti hanno conseguenze negative, ad esempio sull’acquisizione di competenze digitali”, e rischiano di trasformarsi in una presunta scorciatoia che, in realtà, non porta da nessuna parte.

Pellai precisa che il digitale non va considerato dannoso in sé, lo è “il possesso a uso personale di uno strumento digitale” connesso a un ambiente che può rapidamente sfuggire alla supervisione di genitori e insegnanti. Secondo l’autore di Esci da quella stanza, scritto insieme a Barbara Tamborini (Mondadori), ritardare l’accesso autonomo diventa quindi essenziale: “È come se un bambino che sa andare in bicicletta venisse portato su un’autostrada a quattro corsie e gli venisse detto di procedere solo sulla corsia d’emergenza mentre a fianco sfrecciano auto e tir che causano spostamenti d’aria”. E così quel bambino non è più al sicuro, “eppure siamo noi che ce lo abbiamo messo”.

Minori online per noia o per disagio? È la cosa peggiore - A questo punto si arriva a uno dei punti essenziali della questione: fornire alternative per la socializzazione, l’intrattenimento, l’informazione e il benessere dei più piccoli. Durante l’infanzia serve “l’esperienza del gioco libero, destrutturato, in spazi in cui ai bambini sia permesso giocare, fare rumore, stare in relazione con gli altri”, conclude Pellai. Agli adolescenti, invece, bisogna dare accesso a “esperienze di animazione, aggregazione, relazione col gruppo di pari, sempre dentro al mondo reale e con la possibilità di allontanarsi (anche fisicamente, nda) dalla comfort zone” rappresentata dai genitori.