di Marco Schiaffino
Il Manifesto, 27 agosto 2026
Zuckerberg chiude il processo di Oakland per salvarsi. I testimoni hanno inchiodato l’azienda che così evita la gogna e altri procedimenti. Con un patteggiamento da 16,7 miliardi di dollari, Meta mette fine a un processo che avrebbe potuto costarle molto più caro. Nella causa, promossa da 29 stati dell’unione, l’azienda di Mark Zuckerberg era accusata di non aver protetto adeguatamente bambini e adolescenti iscritti ai suoi social network. Nel mirino il design stesso delle piattaforme, pensate per massimizzare il tempo e il coinvolgimento degli utenti, pur sapendo che potevano favorire un uso compulsivo e danneggiare soprattutto i soggetti più fragili.
Non solo: le accuse riguardavano anche la verifica dell’età degli utenti e in particolare il fatto che Meta raccogliesse comunque i dati dei minori di 13 anni senza la necessaria notifica e il consenso dei genitori. Un comportamento vietato dal Children’s Online Privacy Protection Act.
L’accusa a Zuckerberg di aver progettato i suoi social con l’obiettivo di “creare una dipendenza” in bambini e adolescenti non è nuova. Il Ceo di Meta aveva già dovuto difendersi dalle stesse contestazioni avanti al congresso e al senato statunitensi, oltre che alla Commissione europea. Occasioni in cui Zuckerberg ha sostanzialmente dichiarato di “fare tutto quanto sia possibile” per proteggere al meglio i minori che frequentano i social network di Meta.
Il processo di Oakland, però, si è trasformato in un vero incubo. Le bordate sono arrivate già con la prima testimonianza. Sul banco dei testimoni è salito Arturo Béjar, già collaboratore di Facebook tra il 2009 e il 2015 e tornato nel 2019 come consulente del cosiddetto “Instagram Well-Being Team”. Béjar, particolarmente coinvolto in tutti i processi legati alla tutela del benessere dei minori iscritti ai social network Meta, ha sparato a zero sulle politiche aziendali spiegando che si ispirava a una “cultura che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram”. Esattamente il contrario di quanto sostenuto da Zuckerberg in più occasioni pubbliche. Béjar ha anche attaccato il ruolo dello stesso fondatore di Facebook per quanto riguarda l’impegno nella protezione dei minori, che Zuckerberg ha sempre descritto come una sua priorità: “Se Mark definisce qualcosa come una priorità, si spostano montagne in pochi mesi”. Insomma: se Meta non ha implementato sistemi di protezione dei minori, la responsabilità è certa.
Dalle successive testimonianze di George Volichenko, Francesco Fogu e Adam Mosseri sono emersi altri aspetti controversi, come alcune “opportune omissioni” nella pubblicazione di dati riguardanti l’impatto negativo di Facebook e Instagram su bambini e adolescenti o la scelta di non introdurre come impostazioni predefinite le funzionalità che visualizzano un avviso che “suggerisce” una pausa nell’uso dei social network. La decisione di optare per una transazione, seppur multimiliardaria, permette a Meta di uscire da quello che si era trasformato in un vero tritacarne mediatico, il cui proseguimento prometteva di portare ulteriori danni a livello reputazionale. L’uscita dal processo ha permesso alla società californiana di evitare l’audizione di Frances Haugen, che molti commentatori consideravano come una sorta di “arma fine di mondo” nella causa e che era iscritta nell’elenco dei testimoni depositato dai ricorrenti. La ex manager di Meta ha infatti denunciato le pratiche dell’azienda già nel 2021, fornendo alla stampa migliaia di documenti che comprovavano il fatto che i dirigenti erano perfettamente a conoscenza dell’impatto che gli algoritmi avevano sulla salute mentale di bambini e adolescenti. La sua testimonianza sarebbe stata senza dubbio il pezzo forte del processo.
Per Mark Zuckerberg l’accordo è tutto sommato un buon affare. La causa avviata al tribunale di Oakland coinvolgeva solo California, Colorado, Kentucky e New Jersey, ma era solo la prima di una serie di procedimenti che nel complesso vedevano Meta sottoposta al fuoco di fila di denunce da parte di 47 stati. Con il patteggiamento, evita tutti i processi e soprattutto un’esposizione mediatica di cui l’azienda è ben contenta di fare a meno. Gli oltre 16 miliardi pagati dalla società, come conferma il suo andamento in borsa dopo la diffusione della notizia, sono considerati un “effetto collaterale” tutto sommato accettabile.









