di Monica Scozzafava
Corriere del Mezzogiorno, 24 febbraio 2022
“Basta con l’odio, lui ha scelto di pagare”. La figlia Denyse: voglio diventare criminologa. La porta di ingresso della casa dove vive Immacolata Iacone dà direttamente sulla strada, ed è aperta.
All’ora di pranzo il via vai è continuo. C’è Alessia che torna da scuola, Gianluigi un caro amico di famiglia che di martedì viene sempre. Tommaso, il rumeno che vive qui da anni. E una schiera di nipoti che passano a salutare zia Tina. Poi arriva Denyse. “Mamma, devo dirti due cose. Una bella e una brutta, quale vuoi prima?”.
Immacolata detta Tina raccoglie i capelli neri con una forcina, poi si siede. Lo sguardo verso Denyse è severo. “Lei è uguale al padre”, dice. Il padre è Raffaele Cutolo, ed effettivamente la somiglianza è impressionante. “L’espressione degli occhi, l’ovale del viso… Mi sembra di guardare mio marito”. Non è soltanto una somiglianza fisica. L’unica figlia di Cutolo è una ragazzina decisa. Sorridente e guardinga. L’ultimo ricordo di papà? “Uno solo? Un libro non basterebbe per raccontarli tutti. Io l’ho avuto un papà, ci ho giocato, parlato, discusso. Mi sono anche presa i suoi rimproveri. Prima che lo ricoverassero sono andata a trovarlo e non mi ha riconosciuta, sto ancora male per questo”.
É stata Denyse a volere i manifesti nell’occasione dell’anniversario della morte, lei a convincere la madre. E sempre lei a decidere di pagarli con i suoi risparmi. Poi all’uscita dalla scuola i contromanifesti, dove suo padre viene raffigurato come un criminale. Assorbe gli insulti sui social e abbozza. Protetta dalla madre e dalla sua forza innata. “Poi - aggiunge - possono dire quello che vogliono. É mio padre e merita di essere ricordato così. Punto”. Prova a non cedere alle lacrime. Cambia argomento: “Mamma, ho avuto sei e mezzo in italiano e cinque in inglese, ma posso recuperare”.
Erano queste le due “cose” che voleva dire appena è tornata. Nella cucina con i mobili di legno color rovere, in stile anni Ottanta, c’è una tavola rettangolare e di lì a poco Immacolata mette tovaglia e posate. Mentre sul fuoco bolle l’acqua per la pasta. Un giorno normale in una famiglia normale, al di là di una porta dove non esistono più segreti da custodire. Un piatto deve essere portato su per Rosetta, 85 anni, sorella di Raffaele che da circa otto mesi non esce più di casa. Abita a poche decine di metri, Tina l’assiste: “Rosetta ha la sua età, a volte però ho la sensazione che faccia finta di non capire. Lei sa sempre tutto”. Rosetta è la sorella di Raffaele, donna potente che nel periodo in cui il fratello era latitante ha retto le casse del clan. In questa casa tutti sanno tutto, tutti sanno che Raffaele Cutolo è stato in carcere per 53 anni. “Nessuno dice però - racconta Immacolata - che non ha mai avuto l’imputazione di associazione camorristica”.
Ma come, un uomo al 41 bis in isolamento diurno e notturno nelle prigioni di tutta Italia e capo indiscusso della Nco non è un camorrista? “Per la legge non lo è stato, ha scontato ergastoli. Ha chiesto anche scusa a suo modo. E anche sul mancato pentimento ci sarebbe poi da discutere”. Immacolata è un fiume in piena. Voce sottile, mai esitante: “Cosa significa chiedere scusa? Parlare a comando per fare favori a qualcuno? O per ottenere sconti di pena? Mio marito sa quel che ha fatto e ha scelto di pagare fino alla fine. Gli omicidi? Sì, tutti abbiamo perso affetti cari, la sofferenza è stata ed è enorme. Ma siamo andati avanti, i morti che ho avuto anche io non ritornano. Vorrei dirlo a chi si ostina, a chi continua a dare colpe alla mia famiglia. Cutolo è stato uomo sempre, ha sbagliato. A sua figlia ha insegnato a chiedere scusa quando si commettono errori. Non è un esempio per i giovani, tutt’altro. Ma per Denyse, vi assicuro, è stato e continua ad essere un punto di riferimento”.
Immacolata prende il cellulare e mostra alcuni messaggi. C’è tutta la conversazione con un parente avvenuta poco prima dell’anniversario della morte di Raffaele. I manifesti, appunto. “Lasciate stare, non è importante”, scriveva lei. Ma lui insisteva: “Facciamoli invece, si fanno per tutti”. E alla fine: “Mi confronto con Denyse, sceglie lei”. E la ragazzina dai capelli lunghi e neri, appassionata di musica e star di TikTok, decide per il sì. Va bene anche la messa, alle 18.30. Quanto all’anima benedetta, è un prestampato.
“Neanche sapevo che fosse scritto così”. assicura Immacolata. Che in ogni caso rivendica la libertà di scelta. “Possiamo stare anche dopo la sua morte a coltivare odio e polemiche? Direi che può bastare”. Alle pareti della cucina ci sono foto dappertutto. Ricordi di vita vissuta, scene da un matrimonio che non è mai stato realmente tale, flashback di un amore che evidentemente è andato oltre tutto. Si è nutrito di incontri nelle carceri, di lettere lunghissime. Di scenate di gelosia e di ripicche. “C’è stato anche un buffetto - ricorda sorridendo - Sa perché? Lui mi aveva fatto ingelosire, una donna gli scriveva in carcere, lo voleva incontrare. A me non piaceva, era sicuramente una infiltrata. Voleva indurlo al pentimento. Glielo dicevo ma Raffaele non mi ascoltava. E allora finsi una amicizia particolare con un giornalista, lui ci cascò e accennò a uno schiaffetto. Ma non mi colpì, aveva troppo rispetto. Raffaele era sensibile al fascino femminile, questa era la cosa di lui che non amavo. Il resto è stato un legame forte, fortissimo. Nel bene e nel male. Nel segno della complicità assoluta. Nella vita si sceglie con chi e da che parte stare. Io ho scelto lui, il mio uomo per sempre”.
Una settimana dopo la sua morte Immacolata ha raccolto scatoloni e per la prima volta ha svuotato gli armadi del marito: i suoi vestiti piegati uno ad uno. Le lettere, centinaia, riposte per bene in un cassetto, i fascicoli dei processi, i telegrammi, gli oggetti di Raffaele, le foto: un libro dei ricordi che doveva lasciare la casa di viale delle Rose ad Ottaviano. Sarà questo invece il materiale per il docufilm che verrà realizzato dalla casa di produzione Cosmo che a sua volta venderà i diritti a un colosso televisivo. “C’è una vita da raccontare, quella vera però - spiega Immacolata - fatta di sofferenze ma anche di piccole e grandi gioie. C’è poi una verità, la nostra, da ristabilire: il male sì, la fantasia no”. Denyse ascolta tutto, da un lato rimugina sui voti presi a scuola (frequenta il liceo di Scienze Umane) dall’altro immagina il futuro. “Vorrei fare la criminologa”, dice con piglio di sfida.
Di per sé è già singolare, i motivi poi sono a suo dire “speciali”. “Non so mio padre perché è morto, credo che tanta gente sia nelle stesse condizioni e vuole sapere. Aiutare a scoprire la verità è importante”. Raffaele Cutolo era molto malato, lei fissa lo sguardo verso la parete dove c’è una foto incorniciata: lei con il papà nel giorno della sua prima comunione. “Siamo così sicuri che era malato? Mah. Perché si è ammalato?”. Poi si alza e cambia ancora argomento: “Sono fiera di mia madre, è severa ma giusta”.
Immacolata guarda le foto di quando era anche lei come Denyse: bella, magra (“ho fatto cinquecento punture di ormoni per avere la mia bambina, ci sta che sia ingrassata”) e donna nello sguardo. Donna alla quale il marito ha detto in uno degli incontri: “Meglio mangiare pane duro e vivere anziché bistecche e morire”. Moglie alla quale ha dedicato lettere d’amore (“perchè non ti ho conosciuta prima?”). Lei oggi fa la sarta, cuce e ricama. “Vendo anche qualche pezzo di corredo per le giovani spose, qui da noi seguiamo ancora questa usanza”.
Lei giovane sposa lo è stata, in un carcere, accanto a un uomo che a casa non è tornato mai. C’è un piccolo cero appoggiato su un mobile: “Il segno che Raffaele è qui con noi”. La sensazione di rispetto verso l’uomo è assoluta, nonostante tutto: “Mio marito ha sbagliato certo, ma l’amore non si decide a tavolino. Dovrei essere condannata per questo?”. Mette i broccoli in padella, Tina. É vestita di nero, ed è un segno di lutto. Al mare, l’estate scorsa, non ci è mai andata. “Per rispetto”.









