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di Teresa Cioffi

Corriere di Torino, 18 ottobre 2026

Silvano Girotto, entrato e poi fuggito dalla Legione straniera, finito in carcere per furto e convertitosi al cattolicesimo, raccontato dalla figlia Daniela. Si può essere tante cose. Anche apparentemente lontane e in contraddizione. Ad esempio, si può provare a passare clandestinamente il confine francese a 17 anni, per poi essere arrestato e finire nella Legione straniera in Algeria. Poi disertare, per ripugnanza verso torture e atrocità, tornare in Italia ma essere arrestato ancora per un furto in una tabaccheria. Entrare in carcere e diventare frate, poi partire per la Bolivia come missionario. Lasciare il saio per abbracciare le armi, appoggiare studenti, operai e contadini contro la dittatura boliviana e partecipare alla resistenza contro il golpe di Pinochet in Cile. Tornare in Italia, infiltrarsi nelle Br e portare all’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini.

Silvano Girotto è stato tante cose, apparentemente lontane e in contraddizione. “In realtà non si è mai tradito: ha sempre rispettato l’idea che aveva di libertà e di giustizia, fondata sulla possibilità per ciascuno di costruire il proprio futuro”. A raccontare la sua figura, domani, alle ore 18, al Polo del ‘900, sarà sua figlia. “In quegli anni la società era intrisa di conflittualità, polarizzata, e mio padre era un outsider.

Daniela Girotto, in una lettera suo padre scriveva che “le persone non sono mai come i giornali le descrivono”. Cosa ci è sfuggito?

Io sono nata nel ‘74, avevo due mesi quando i capi storici delle Br vennero arrestati. Per l’opinione pubblica è sempre stato difficile capire mio padre, con quel passato così particolare. Era “Frate Mitra”, soprannome che lui non apprezzava. La sua scelta di fede era stata profonda, mentre le cronache tendevano a screditarla”.

Cosa le raccontava di quel periodo?

“Ho scoperto la sua storia crescendo. Sapevo che aveva conosciuto mia madre quando lei era una studentessa di Medicina, che avevano militato insieme e si erano spostati nella clandestinità. Le foto del matrimonio sono tutte tagliate: chi era presente non poteva essere ritratto”. 

Fede e armi. Come si risolve la contraddizione?

“Avevo 19 anni quando mi disse che era stato frate”. “Per mio padre impugnare le armi era stata una dolorosa necessità. Aveva imparato a usarle in Algeria, ma era scappato proprio perché si era rifiutato di commettere orrori. In carcere, a Torino, era diventato convintamente francescano e aveva scelto la Bolivia perché era il Paese più povero dell’America Latina. Si trovò in mezzo a una carneficina, con i militari che sparavano sulla folla. Abbracciò la lotta armata perché non avrebbe potuto fare altrimenti per quella gente. Venne espulso dall’ordine e fu uno dei grandi dolori della sua vita”.

Lui, tra i fondatori del Movimento di Sinistra Rivoluzionaria, torna in Italia e fa arrestare i capi delle Brigate Rosse. Due spaccati di vita contrapposti?

“Quando sentì parlare per la prima volta delle Br non ci volle credere”.

Perché?

“Perché una cosa è combattere sotto una dittatura, un’altra in una democrazia. Nello stadio di Santiago del Cile aveva perso molti amici: dissidenti imprigionati, torturati, ammazzati. In Italia, invece, ognuno poteva parlare, vivere. Invece qui vedeva uccidere in nome di una rivoluzione, ma che giustizia era? Non era questo ciò in cui aveva creduto, né tantomeno ciò per cui aveva lottato”.

Come divenne infiltrato?

“Quando venne sequestrato il giudice Sossi, un giornale mise una foto di mio padre in prima pagina e titolò: “Ecco l’uomo che può salvare Sossi”. Mio padre era ovviamente estraneo ma si presentò a casa un uomo di Dalla Chiesa. Chiese a mio padre cosa ne pensasse. Lui disse che ne pensava tutto il male possibile. Iniziò così la collaborazione, da cittadino infiltrato: non poteva stare con le mani in mano e rischiare di perdere ciò per cui, in un altro luogo, aveva combattuto. Grazie alle informazioni di mio padre si arrivò agli arresti e domani al Polo approfondiremo questo aspetto”.

Cosa direbbe, oggi, nuove generazioni?

“Di seguire la propria coscienza, ciò che ritengono giusto. Ma di non farsi distrarre dalla strada più breve, che può essere anche quella della violenza”