di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 14 aprile 2023
“Il mio viaggio in Francia per conoscere chi l’ha tradito”. Piero Masolo, prete missionario, è il nipote dell’ingegnere sequestrato a Milano nel 1975: “Il suo nome a casa non veniva pronunciato, troppo dolore”. Con la cugina Marta, figlia della vittima, ha ricostruito la vicenda dimenticata. “Ho incontrato Fioroni: vive in una bolla, non chiede perdono”.
È la notte tra il 14 e il 15 aprile 1975. Il venticinquenne ingegnere chimico Carlo Saronio, erede di una delle famiglie più ricche di Milano, ricercatore all’Istituto Mario Negri, viene sequestrato nella da una banda composta da militanti dell’area di Potere Operaio e uomini della criminalità calabrese. La vittima, che peraltro è proprio un simpatizzante dell’organizzazione di estrema sinistra che lo ha rapito, muore già nelle prime fasi del sequestro a causa di una overdose di narcotico. I rapitori riescono però a far credere che l’ostaggio sia ancora vivo e riescono a ottenere una parte del riscatto.
Il ritrovamento del corpo, o meglio delle ossa, avviene soltanto tre anni e mezzo più tardi. A 48 anni da quel giorno, in corso Venezia 30, dove Saronio abitava e subì l’agguato fatale, il Comune di Milano, il comitato della Memoria e la Fondazione Darefrutto (alla presenza di molti rappresentati istituzionali) lo ricordano con una targa che sottrae la vicenda e soprattutto la figura del giovane poliedrico dall’oblio scelto dalla famiglia stessa. Perché da un certo momento in poi è stato più forte il bisogno di sapere di una figlia che non ha mai conosciuto suo padre - Marta Saronio, nata 8 mesi e 10 giorni dopo quella notte tragica e oggi medico - e di un nipote (figlio della sorella) che ha scoperto di assomigliare tremendamente allo zio, Piero Masolo, prete missionario. E a quel punto è iniziata un’ulteriore storia, sfociata in due libri: “Quello che non ti dicono” di Mario Calabresi e “Ricreare radici” dello stesso nipote-sacerdote.
Padre Piero, cominciamo dalla fine, o quasi: perché lei e sua cugina Marta avete deciso di trasgredire alla regola di famiglia che imponeva il silenzio su quel nome e avete cercato di ricostruire la storia di Carlo Saronio?
“Per me tutto comincia con un film, “Per tutto l’oro del mondo” di Ridley Scott, che racconta il sequestro di Paul Getty. Ero in missione in Algeria e al giovedì facevamo il cineforum nella nostra piccola comunità: mentre guardavo la scena in cui la madre del ragazzo riceve la prima telefonata dei rapitori ho avuto una sorta di transfert emotivo con mia nonna, Angela Saronio, ho immaginato come si deve essere sentita quando è arrivata la chiamata da parte dei sequestratori dello zio Carlo”.
Aveva mai sentito racconti a casa?
“No, perché la regola di famiglia era l’oblio, se solo si inciampava in quel nome calava il silenzio, troppo dolore”.
E allora come ha fatto a scoprire di più?
“Dopo aver visto quel film ho iniziato a fare ricerche su Internet e ho scoperto subito molte cose che non sapevo, poi ho incontrato mia cugina Marta e quando le ho raccontato tutto è scoppiata a piangere e mi ha detto che anche lei stava vivendo quel tumulto. E così è iniziata l’operazione radici, perché devi sapere da dove vieni. Così, prima io e poi Marta, ci siamo messi a inseguire Mario Calabresi, perché dopo aver letto il libro in cui ritorna sulla vicenda di suo padre ritenevamo che fosse la persona giusta per ricostruire anche quella di Carlo Saronio. E infatti si è rivelato un incontro decisivo”.
Comprensibile per la figlia, ma lei è il nipote, perché sentiva questo bisogno così forte?
“A casa ci sono tanti quadri che raffigurano lo zio Carlo e tutti, compresi i miei amici, credevano fossi io quello ritratto, perché a quanto pare gli assomiglio tantissimo. E anche questo, oltre a una storia che si percepiva più grande di tutti noi, mi ha fatto esplodere la curiosità e la voglia di esplorare che in fondo è la stessa che mi ha spinto a diventare missionario. Così inizia il mio, il nostro tour della memoria”.
E cosa ha scoperto, chi era suo zio, Carlo Saronio?
“Era un ragazzo che aveva dimostrato una straordinaria e multiforme intelligenza, nato in una famiglia ricchissima e importante ma capace di calarsi anche in altri mondi, di muoversi lungo i confini, sulle linee di frattura del mondo”.
Cioè?
“Non è semplice riassumere, ma potremmo dire che dopo un’infanzia vissuta in una bolla di lusso e rigore nella famiglia di suo padre Piero, importantissimo industriale della chimica, ha scoperto il mondo “fuori” e lo ha esplorato intensamente sia come studente e ricercatore brillante, sia con la passione dell’impegno civico e politico: inizia a frequentare Quarto Oggiaro, a fare il doposcuola per i figli degli operai e poi anche le lezioni serali per gli adulti, si appassiona alla causa rivoluzionaria di Potere operaio, senza peraltro smettere di interrogarsi sul mistero della propria fede con il suo padre spirituale Davide Turoldo, e trova amicizia nella persona che lo tradirà fino a provocarne la morte: Carlo Fioroni”.
Insomma, un concentrato della storia di quegli anni.
“Cosa si può dire di una persona che in soli 25 anni ha fatto in tempo a laurearsi in ingegneria chimica, firmare una ventina di pubblicazioni scientifiche come ricercatore del Mario Negri, fare il volontario a Quarto Oggiaro, militare in Potere operaio, esplorare la sua fede religiosa, fondare un ospedale in Brasile, vivere una storia d’amore che culmina - a sua insaputa - con il concepimento di una figlia?”.
Quali sono stati i momenti più intensi di questo viaggio a ritroso?
“Dopo aver convinto Mario Calabresi a occuparsi della vicenda, anch’io mi sono messo al lavoro. Oltre a riaprire faldoni sepolti a casa, ho voluto andare a Lille, in Francia, a incontrare Carlo Fioroni, figura importante di potere operaio, grande amico dello zio, ma anche l’uomo che lo ha tradito: perché dopo essere stato nascosto sotto mentite spoglie in casa sua lo ha individuato come obiettivo di un rapimento utile per finanziare la lotta armata. Fu preso in Svizzera con le banconote segnate che erano state consegnate per la prima tranche del riscatto. Poi ha scelto di collaborare con la giustizia”.
E come è andato quel faccia a faccia?
“È stato un passaggio molto faticoso ma al tempo stesso essenziale, perché lui era stato molto vicino allo zio. L’ho ascoltato e gli ho chiesto dei perché. Lui si sentiva “mostro” e quando si riferiva a certe fasi parlava di sé in terza persona. In ogni caso quello è stato un momento che mi ha davvero schiantato: ricordo nitidamente quando eravamo in bus verso casa sua e mi parlava compiaciuto di “giovani comunisti italiani” che vedevano in lui un punto di riferimento. Ho pensato che mentre il mondo era cambiato, andato avanti, lui era ancora chiuso in una sua bolla”.
Ma lei in quel momento era prete o soltanto il nipote di Carlo Saronio?
“Non ero lì come prete, non c’era alcuna richiesta di perdono da ascoltare, nessun messaggio per noi. Mi sono portato a casa la convinzione ancora più forte che si deve saper cambiare. E lo dico io che faccio parte di un’istituzione che vive da oltre duemila anni, proprio perché ha saputo cambiare. Ma quell’incontro mi è servito anche per togliere dal piedistallo ideale anche lo zio: ho pensato “ma che amico ti sei scelto?”.
Adesso con la targa che lo ricorderà in corso Venezia si chiude il cerchio della ricerca sua e di sua cugina Marta?
“Sì, adesso si chiude l’operazione radici, nata da una sofferenza e da una richiesta di condivisione. Quando vivi qualcosa di simile, non hai mai conosciuto tuo padre o tuo zio a causa di vicende come quelle degli anni Settanta, senti il bisogno di non sentirti solo, vuoi sapere che non sei soltanto tu a ricordare. E ora, dopo che lo aveva già favorito il libro di Calabresi, escono formalmente dall’oblio questa persona e questa storia, che interseca la Storia. Perché fa effetto pensare che nella stessa casa di caccia dove Piero Saronio, il padre industriale, riceveva Enrico Mattei, il figlio Carlo ospitava - insieme - Renato Curcio e Tony Negri, e andando più indietro troviamo lo stesso Benito Mussolini che visita la fabbrica di famiglia a Melegnano perché era interessato al gas per la guerra chimica in Etiopia. Tutto questo spinge ancora di più verso la necessitò di una giustizia riparativa”.
Ed è per questo che avete deciso di trasformare quella casa e quei terreni in qualcosa d’altro?
“Sì. Per me quell’eredità era una zavorra, così ho chiesto a diversi professionisti come fosse possibile renderla patrimonio collettivo e alla fine è nata l’idea di trasformare quei 250 ettari di boschi e risaie in riserva naturalistica e in sede di tanti progetti educativi, ambientali e culturali grazie alla creazione di Fondazione Darefrutto. Allora non lo sapevo ancora, ma tutto questo ha permesso anche di restituire ciò che la Chimica Saronio aveva sottratto in termini di inquinamento ambientale. Anche questo è un modo per chiudere il cerchio”.
Cosa direbbe oggi a suo zio Carlo?
“Gli direi grazie. Perché ha vissuto soltanto 25 anni, partendo da una bolla di privilegio lontana dal mondo ma ci ha dato tantissimo, ha tenuto insieme passione civica, politica, religiosa e sociale, muovendosi sulle linee di confine e di frattura del mondo”.











