Il Dubbio, 26 maggio 2026
L’ex presidente della Consulta invita a evitare riforme reattive: “Sì a colpire errori macroscopici, no a incidere sul giudizio”. La responsabilità civile dei magistrati può essere oggetto di un nuovo intervento normativo, ma solo a una condizione: non trasformarsi in uno strumento capace di condizionare l’indipendenza del giudice. È questo il punto centrale indicato da Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale e già vicepresidente del Csm, commentando con Adnkronos l’annuncio di Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, su una proposta di legge destinata a essere discussa con il ministro della Giustizia Carlo Nordio e con le forze di maggioranza. Per Mirabelli, il tema va affrontato con equilibrio, tenendo insieme due esigenze: prevedere la responsabilità del magistrato e, allo stesso tempo, garantire che la sua decisione non sia esposta a pressioni esterne.
Il punto di equilibrio tra responsabilità e indipendenza - Il cardine di qualunque intervento, spiega Mirabelli, deve essere “prevedere la responsabilità del magistrato ma anche garantire la sua indipendenza ed insensibilità a pressioni derivanti da minacce di azioni nei suoi confronti innescate da poteri forti che potrebbero influenzarne la decisione”. Il rischio, nella lettura dell’ex presidente della Consulta, è che l’azione contro il magistrato diventi una reazione automatica all’insoddisfazione di chi perde una causa civile o viene condannato in un processo penale. Mirabelli ricorda infatti che “la possibilità di un errore in un giudizio c’è sempre” e che proprio questa consapevolezza deve guidare ogni riforma. Una decisione giudiziaria può essere contestata, criticata e impugnata, ma non ogni errore o esito sfavorevole può tradursi in responsabilità personale del giudice.
La legge Vassalli e il modello della responsabilità indiretta - Sul fronte civile, osserva Mirabelli, le questioni in gioco possono avere un rilievo economico molto significativo. Da qui la delicatezza della disciplina introdotta dopo il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, attraverso la cosiddetta legge Vassalli. Quella soluzione ha previsto una responsabilità diretta dello Stato verso il cittadino che si ritenga danneggiato e una responsabilità indiretta nei confronti del magistrato. Mirabelli ricorda anche il caso del magistrato dissenziente in un collegio, che può far collocare in busta chiusa l’espressione del proprio dissenso rispetto alla decisione adottata. Secondo alcuni, nota l’ex vicepresidente del Csm, questo sistema non sarebbe efficace, perché il magistrato potrebbe garantirsi con una polizza assicurativa senza un grande onere. Ma Mirabelli ridimensiona l’argomento: lo stesso vale per avvocati, notai e per chi svolge attività intellettuali caratterizzate da margini di rischio e possibilità di errore. “Nella negligenza l’errore macroscopico è già oggetto di sanzione disciplinare”, sottolinea.
“Non è il rimedio risolvente agli errori nel giudicare” - Alla domanda se le norme vigenti siano già esaustive, Mirabelli risponde richiamando il limite stesso della responsabilità civile come strumento di correzione del sistema giudiziario. “La responsabilità del magistrato non è rimedio da considerare risolvente per quelli che possono essere errori nel giudicare, che possono essere sempre presenti. Le sentenze sono tutte motivate e tutte impugnabili”, afferma.
“Sì agli errori macroscopici, no a incidere sul giudizio” - Per questo, la materia deve essere trattata con “grande attenzione, cautela e riflessione” in una discussione parlamentare ampia, capace di valutare tutti gli elementi in gioco. La linea indicata da Mirabelli è netta: “Sì a colpire gli errori macroscopici o le negligenze evidenti, ma no ad incidere sul giudizio che è sempre opinabile”. Il riferimento vale soprattutto per il processo penale, dove molti procedimenti si fondano su indizi. “Gli indizi devono essere gravi, numerosi, precisi e concordanti; la ponderazione dei diversi elementi deve essere fatta con ragionevolezza ma è sempre opinabile nei risultati”, osserva. Anche quando il peso attribuito alle circostanze di fatto richiede una motivazione logica, la valutazione resta comunque discutibile.
Il caso Garlasco e il confine con la responsabilità civile - Mirabelli distingue poi il tema della responsabilità civile dal caso Garlasco. Alla domanda su possibili analogie, l’ex presidente della Consulta chiarisce che lì il piano è diverso. “La nuova accusa, nel caso Garlasco, ritiene che sia stata dolosamente e per corruzione archiviata una posizione e che non siano state sviluppate le indagini. Qui siamo su tutt’altro versante rispetto all’errore giudiziario e alla responsabilità civile del magistrato”, spiega. La distinzione è decisiva: un conto è l’errore nel giudicare, altro è l’ipotesi di condotte dolose o corruttive. Confondere i piani rischia di produrre riforme emotive, costruite sull’onda del dibattito pubblico e non su un’analisi sistematica dei problemi. L’avvertimento sulle riforme reattive - Mirabelli non esclude che possano esserci interventi normativi. Ma invita a evitare iniziative legislative nate come risposta immediata alla pressione mediatica. “Mi pare che non ci si dedichi abbastanza e in modo sistematico alle cose più strutturali e meno enfatizzate sull’opinione pubblica”, osserva. “Queste iniziative legislative sembrano risposte di rimpallo al dibattito pubblico e mediatico”.










