di Barbara Acquaviti
Il Messaggero, 2 gennaio 2020
Il Presidente emerito della Consulta: "si riducono soltanto le garanzie per i cittadini". La legge che prevede lo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio "va contro i principi costituzionali per più di una ragione" a cominciare dall'assunto che "l'esercizio del potere punitivo dello Stato non può essere indefinito nel tempo".
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, sottolinea più di una volta il concetto di "ragionevole durata" inserito nella Carta dai padri costituenti. A suo giudizio presidente è anche "irragionevole" pensare che "se lo Stato non riesce a rispettare i tempi dei processi, per evitare che ci sia la prescrizione, decida di eliminarla", anche perché "c'è un altro principio costituzionale per il quale l'imputato non è considerato colpevole fino alla sentenza definitiva".
Insomma, presidente, lei è d'accordo sulla diagnosi della malattia ma non sulla cura scelta?
"Esattamente. Mi pare ci sia un impegno forte di tutte le forze politiche di governo a ricondurre i processi, e quelli penali in particolare, a una ragionevole durata. Ma, paradossalmente, se questo è l'impegno diventa inutile proprio la norma che ferma la prescrizione".
Quindi la considera una legge sbagliata a prescindere dagli interventi che si posso fare sulla riforma della giustizia?
"Ci possono essere altri strumenti che sterilizzano alcuni tempi del processo o dell'impugnazione ai fini del calcolo della prescrizione, ma sempre in un ambito di ragionevolezza. Eliminarla del tutto significa diminuire le garanzie per i cittadini, non accrescerle".
Quali altri strumenti ci possono essere?
"Ricordo che la Costituzione dice che la legge assicura una ragionevole durata del processo, non è una previsione generica. Questo vuole dire che è un dovere assicurare per ogni processo questo risultato. E durata ragionevole vuol dire processi che si concludano in tempi brevi e certi e che non diano luogo possibilmente alla prescrizione. La prescrizione dovrebbe essere l'ultimo rimedio. C'è poi un altro aspetto".
Quale?
"Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma si può parlare di rieducazione del condannato quando l'accertamento del fatto avviene dopo un numero enorme di anni rispetto a quando l'atto è stato compiuto?".
C'è anche il rischio che si annulli la differenza tra reati più o meno gravi?
"Certo, ci sono reati molto gravi, come i crimini contro l'umanità, per cui la prescrizione non c'è, ma anche altri per cui è di così lunga durata da consentire di svolgere in maniera ampia il processo e arrivare all'accertamento dei fatti. Toglierla totalmente, di certo assimila situazioni che sono molto diverse e questo è un altro aspetto di dubbia legittimità costituzionale".
Pensa che la controproposta del Pd possa essere utile per mitigare gli effetti dello stop alla prescrizione?
"Quella proposta ha una logica, nel senso che salvaguarda il principio costituzionale e prende atto di alcune difficoltà che ci possono essere nella celebrazione dei diversi gradi di giudizio, sospendendo la prescrizione in quel lasso di tempo. Questo rientra nella discrezionale valutazione del legislatore nel determinare i tempi della prescrizione in un ambito di ragionevolezza. Del resto, possibilità di sospensione ce ne sono già se, per esempio, l'allungamento dipende da condotte dilatorie".
Il ministro della Giustizia Bonafede esulta per l'entrata in vigore di questa riforma che piace a molti magistrati ma per niente agli avvocati. Crede che la sua sia una posizione sbilanciata?
"Non leggerei la questione come una partita tra magistrati e avvocati. Qui c'è un interesse dello Stato a punire i colpevoli, e a farlo con un giusto processo, e il diritto dei cittadini a non essere sottoposti a giudizio senza limiti di tempo".









