di Francesco Grignetti
La Stampa, 14 febbraio 2025
Il presidente emerito della Consulta: “Le nostre sentenze sono collegiali. Contano soltanto le argomentazioni, non le appartenenze”. Il rapporto tra la politica e la Corte costituzionale è da sempre un delicato equilibrio perché non c’è maggioranza che gradisca sentirsi sotto esame. Lo sa bene il presidente emerito Cesare Mirabelli e non se meraviglia: “La Corte è chiamata anche “giudice delle leggi” perché valuta se il legislatore, che pure è al centro del sistema istituzionale, in ipotesi ha violato con qualche propria legge la Costituzione”. E se poi in un pacchetto di quattro nomine c’è una sola donna, osserva: “Il Parlamento avrebbe potuto impegnarsi di più, ma è nella sua discrezionalità. Avrebbe potuto essere più aperto alla questione femminile, tanto più che le donne si affermano oggi per la loro professionalità e non per quote di riserva”.
Presidente, a volte ci sono poteri politici che non tollerano un contraltare. Si veda la partenza della nuova amministrazione Trump. Può succedere anche in Italia?
“Nel sistema italiano una maggioranza non può tutto. Non è che democraticamente, sulla base cioè della rappresentanza politica, si possono poi adottare leggi liberticide che violano i diritti dell’individuo. E la Corte è una garanzia: non ha una funzione politica e deve rispettare la discrezionalità politica laddove ci può essere una scelta propria delle legislatore, ma nemmeno la più grande maggioranza può incidere sui diritti costituzionali. La Corte è il “giudice delle libertà” e questo è il suo ruolo più importante”.
Perché viviamo in un sistema di pesi e contrappesi, giusto?
“Il sistema statunitense dà forti poteri al Parlamento e forti poteri all’Esecutivo che ha una diretta investitura popolare. Nel nostro sistema di democrazia parlamentare, il Parlamento può quasi tutto, ma anche il Parlamento è sottoposto a regole. In un sistema costituzionale di diritto non c’è nessun organo che non sia sottoposto a regole”.
Eppure si nota una certa insofferenza, ogni tanto, da parte delle maggioranze di turno...
“È un tema che esiste dalla nascita della Repubblica. Si pensi che nell’assemblea costituente c’era chi si interrogava, in particolare il partito comunista: non è un limite alla democrazia che questi signori possano porre nel nulla una legge? Ma nulla si può opporre se una legge è in contrasto con la Costituzione”.
Ogni tanto però qualche intolleranza esce fuori...
“Le definirei difficoltà. Si sono verificate, quando, come si diceva un tempo, dalla Corte arrivano i moniti… Cioè quando la Corte non dichiarava seccamente una incostituzionalità, ma invitava il legislatore a provvedere”.
Altri esempi?
“Quando la Corte dichiarò incostituzionale la pratica di reiterare i decreti legge: il Parlamento non faceva in tempo ad approvare nei 60 giorni un decreto e il Governo lo ripeteva con le modifiche che il Parlamento aveva nel frattempo apportato. Tutto questa era fuori dal modello costituzionale perché sostanzialmente il Governo si appropriava di un’attività che è quella legislativa. Pensando all’attualità, mi pare che almeno due presidenti della Repubblica abbiano segnalato il problema dei maxi emendamenti. La Costituzione prevede che le leggi siano approvate prima articolo per articolo, e poi nel loro insieme. Se invece un solo articolo contiene centinaia di commi di oggetto diverso, sostanzialmente rattrappisce la deliberazione parlamentare. Questa, se permane, è una criticità che nel tempo potrà creare difficoltà e anche interventi della Corte”.
Ci sono quattro nuovi giudici di nomina parlamentare, cioè politica. Quanto pesano le appartenenze nella Corte?
“Guardi, la collegialità è totale. Quando in camera di consiglio si inizia la discussione, il relatore espone il problema, ma tutti hanno avuto l’intera documentazione, sono preparati e intervengono. Capita che il relatore, perché in disaccordo con le conclusioni del collegio, chieda di non essere anche l’estensore della sentenza, ma è un caso davvero raro. Più spesso succede che ugualmente scriva la sentenza perché a quel punto è il collegio che si esprime. E sempre, dopo che una sentenza è scritta, la si rilegge assieme per suggerire correzioni. Nella Corte davvero contano le argomentazioni, non le appartenenze. È banale tracciare una linea tra progressisti e conservatori in un lavorio collettivo”.











