tusciaweb.eu, 1 settembre 2019
Bocciato dalla Cassazione il ricorso di Salvatore Madonia contro il Tribunale di Sorveglianza che avrebbe violato il suo diritto di difesa. Giusto bloccare la missiva sospetta al boss mafioso Salvatore Madonia, detenuto in regime di carcere duro a Mammagialla.
Anche se apparentemente inviata dal difensore. È stato bocciato dalla cassazione il ricorso presentato contro la decisione presa l'anno scorso dai tribunali di sorveglianza di Viterbo e Roma da Salvatore Madonia, che oltre a dover pagare le spese processuali dovrà anche versare tremila euro alla cassa delle ammende.
Madonia, 63 anni, condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidio, traffico di armi, spaccio di droga ed estorsione, è al 41bis da ben 27 anni, dal 1992. Non è la prima volta che il capoclan rivolge alla suprema corte le sue doglianze contro le presunte condizioni di vita inaccettabili nel carcere di Viterbo, contestando via via di non avere biancheria pulita, luce a sufficienza, privacy, possibilità di studiare oppure di non poter tenere la televisione accesa durante la notte. Nel 2008 Madonia, all'epoca detenuto nel supercarcere dell'Aquila, aveva ottenuto dalla cassazione il via libera alla procreazione assistita dopo che gli era stata negata la possibilità di mettere il seme in provetta. I coniugi Madonia avevano già un figlio, oggi maggiorenne, nato nel 2000, durante la detenzione del boss, non si sa se concepito in vitro.
Stavolta al centro del contendere c'era il provvedimento con cui, il 5 marzo 2018, il magistrato di sorveglianza di Viterbo ha disposto il trattenimento di una missiva a lui diretta: "Apparentemente proveniente dal suo difensore, in quanto contenente copie di provvedimenti giurisdizionali, le quali, in quanto prive di autenticazione, avrebbero potuto essere state alterate e celare all'interno indebite informazioni". In seguito al blocco della missiva, Madonia aveva già presentato un reclamo dichiarato inammissibile "perché mancante di specifico contenuto censorio", il 15 novembre 2018, dal tribunale di sorveglianza di Roma.
Secondo il boss, il plico avrebbe contenuto documenti utili per preparare la sua difesa in procedimenti instaurati, o da intraprendere. E secondo la difesa, che ha presentato ricorso in cassazione, il tribunale di sorveglianza di Roma avrebbe dovuto tenere conto del fatto che il reclamo fosse stato redatto personalmente dal detenuto: "Persona non 'addetta ai lavori' e alla quale non si sarebbero potuti muovere appunti di natura tecnica sul confezionamento di un'impugnazione giudiziale".
Madonia avrebbe lamentato la violazione del suo diritto di difesa, derivante dalla mancata consegna di atti giudiziari, speditigli dal suo difensore. E il tribunale di sorveglianza sarebbe dovuto scendere nel merito. "Il ricorso è manifestamente infondato", ha deciso in seguito all'udienza dello sorso 16 giugno la cassazione, la cui sentenza è stata pubblicata il 13 agosto.
"Il magistrato di sorveglianza - si legge - nel disporre il trattenimento 'in ricezionè della missiva, ne aveva esplicitato puntualmente le ragioni, spiegando di avere motivo di dubitare dell'autenticità della documentazione nella missiva racchiusa; quest'ultima, recando come mittente il difensore, era purtuttavia priva degli indici legali di riconoscibilità che l'avrebbero resa insindacabile nel suo contenuto".
"A fronte, il detenuto avrebbe dovuto svolgere una censura direttamente correlata alla menzionata, e ben intellegibile, affermazione giudiziale, anziché dolersi, in via del tutto generica, della violazione del suo diritto di difesa. Il detenuto, a conoscenza del contenuto della corrispondenza a lui diretta, avrebbe dovuto, in altre parole, contestare in concreto le modalità di esercizio del potere di trattenimento, indicando sotto quale aspetto, e per quali ragioni, la decisione di rigore, assunta ai suoi danni e compiutamente illustrata, dovesse ritenersi illegale, ingiustificata dal punto di vista logico-motivazionale o altrimenti sconveniente o inopportuna. E ciò non era avvenuto", spiegano i giudici della prima sezione penale, presieduta da Adriano Iasillo, relatore Francesco Centofanti. I tremila euro in favore della cassa delle ammende sono "per i profili di colpa correlati all'irritualità dell'impugnazione".









