di Stefania Amato*
Ristretti Orizzonti, 17 giugno 2020
Atto primo, interno carcere, città del nord Italia. I personaggi si muovono meccanicamente, tenendosi a distanza l'uno dall'altro. Tutti gli agenti di polizia penitenziaria portano mascherine, l'avvocato anche i guanti; ha passato i controlli, la prova della febbre, il questionario sugli eventuali contatti con contagiati dal virus, ha dovuto disinfettare i guanti (?) con il gel, è pronto per l'udienza di convalida dell'arresto.
Udienza ai tempi del lockdown, in una delle città più colpite dalla pandemia: rigorosamente da remoto. Il giudice attende il collegamento in tribunale, dove avrebbe potuto andare anche l'avvocato, stando alle regole. Ma scusate, no: io difensore voglio essere accanto al mio assistito, l'incolpazione provvisoria è seria, l'arresto è stato complicato, una telefonata ha consentito un sommario colloquio sui fatti, ma non basta.
Già dobbiamo sottostare, travolti dall'emergenza, all'invasione del "remoto", che ci distanzia dal giudice; ma la vicinanza, anche fisica (a non meno di un metro, ovviamente) tra difensore e arrestato, quella non ce la possono togliere: è sacra. Ho dovuto quasi litigare per questo: discutere a lungo con il direttore del carcere che non voleva farmi entrare. Preoccupazione alle stelle, in questi giorni, per il pericolo di diffusione del contagio negli istituti.
E si capisce: il momento è tragico. Strade deserte, sirene delle ambulanze in continuazione, elicotteri a sorvolare il disastro. Epperò per il mio assistito è in atto un disastro personale: perde la libertà, vuole il suo avvocato accanto. E io ci devo essere: devo essere per lui la difesa tecnica ma anche l'ideale braccio intorno alle spalle che non lo fa sentire solo davanti allo Stato che lo vuole rinchiudere qui dentro, chissà per quanto tempo.
Per questo ho insistito tanto, prendendomi quasi il rimprovero di voler mettere a rischio la salute dei detenuti, anche se le cautele sono enormi. E quindi lo aspetto, adesso, nella saletta attrezzata con il monitor, raggiunta con fatica. Mi intrattengo a commentare l'attualità con le guardie, passano i minuti. Cinque, dieci, venti. Ecco, compare in video il giudice, il microfono gracchia un po': avvocato, dov'è il suo assistito? Non lo vedo. Si faccia portare l'arrestato! Ma l'arrestato non c'è. Ed è con candore che l'ispettore ci informa che il detenuto è in un'altra ala del carcere: eccolo che appare nello schermo, circondato dalle divise, mi saluta con la mano.
Pausa, atto secondo.
Altro Foro, udienza davanti al G.I.P. fissata da settimane con oculata scelta dell'aula adatta al collegamento con alcune parti da remoto. Scena prima: nulla si accende, PC, microfoni, schermi. Con l'intervento di otto tecnici, due alla volta, individuato il problema: manca la ciabatta per le prese di corrente. Scena successiva, entra il giudice. Rinvio fulmineo ad altra data: si accerta che il PC dell'aula non reca installato il programma per il collegamento, che comunque il cancelliere non saprebbe utilizzare perché non ha ricevuto formazione sul punto. Ha, in compenso, ricevuto guanti monouso troppo grandi che le impediscono di scrivere il verbale. Si scansi, faccio io, dice il giudice.
Terzo e ultimo atto. Stavolta siamo davanti a una corte d'assise di appello, sono passati i mesi, l'Italia, in piena fase due, galoppa verso l'estate e le agognate vacanze. Qui però si deve discutere di cose non proprio amene, come una condanna per omicidio aggravato, a pena pesante.
L'imputato, detenuto, non c'è. Non sarà tradotto in aula perché una norma dell'emergenza prevede che la sua partecipazione sia garantita, "ove possibile", con collegamento da remoto. E qui, nel ricco nord-est, tutto è possibile: la migliore tecnologia garantirà la presenza, pur virtuale, del detenuto davanti al suo giudice.
Così risponde la corte al difensore, che chiede la presenza vera e che lamenta che con la Costituzione e il giusto processo questa modalità di celebrare l'udienza non ha nulla da spartire. E poi il pericolo non è cessato, il virus circola ancora, bisogna evitare il contagio in carcere. Sarà. Però fa un po' strano vedere che riaprono palestre, parrucchieri, ristoranti, cinema e sale bingo; che i colloqui dei familiari con i detenuti sono ripresi, pur con le necessarie cautele. Che dallo stesso carcere, negli stessi giorni, alcuni detenuti vengono tradotti per altre udienze. Ma tant'è. Noi abbiamo Microsoft Teams, di che ci lamentiamo?
Mah, per esempio non ci pare la stessa cosa, oltretutto per una corte composta anche da giudici popolari, decidere di un paio di decenni abbondanti di carcere per una persona in carne e ossa o per una figurina lontana, stretta in un rettangolo di pixel. Quanto alla potenza risolutiva della tecnologia, la nostra scena vede, il giorno dell'udienza, un'aula enorme (ci starebbero anche cinquanta persone, alla giusta distanza) e un piccolo schermo, uno solo.
Il presidente ha una telecamerina che cerca di muovere per inquadrare, uno alla volta, chi prende la parola; risultato: l'imputato non vede la corte ma solo, volta per volta, il presidente, il P.G. o il difensore. L'imputato non può vedere il suo giudice, la corte d'assise; e dubito che il giudice seduto all'estremo opposto riesca a distinguere bene l'imputato.
Non vi è alcuno strumento per la comunicazione riservata tra imputato e avvocato. Semplicemente non esiste. La proposta è che il carcere, tramite centralino, metta in comunicazione il detenuto con il telefono cellulare del difensore. L'udienza dovrebbe celebrarsi così. Peccato che non ci sia campo per il telefono, nell'aula. E poi, come la metteremmo con l'interprete, dovendosi escludere viva voce e passaggio di telefonino, potenziale ricettacolo di virus? L'ispettore, sconsolato, fa presente che alla stessa ora avrebbe un collegamento disposto da un altro giudice.
Sipario, sul mistero buffo (perché in aula, a un certo punto, si ride per non piangere) di una legge che descrive un mondo perfetto, mentre la vita vera è questa, il processo non può che essere carne viva, voce, sguardo piantato negli occhi di chi mi giudica, che non può dissolversi se salta la connessione.
*Avvocato










