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di Giuliano Foschini

La Repubblica, 18 maggio 2024

“Ordinamento giudiziario. Il Pm è distinto dai giudici”. Sono passati poco meno di 50 anni da quando Licio Gelli scrisse uno dei suoi capisaldi del Piano di rinascita, il manifesto della P2. Ecco, ora ci siamo quasi. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha spiegato che è arrivato il tempo della separazione delle carriere, ultimo passaggio di un proposta confusa (una proposta oggi, una smentita domani) per la realizzazione di un piano preciso di una nuova idea di giustizia. Che, al di là dei proclami (più veloce, più efficiente, intransigente), a detta degli addetti ai lavori si sta dimostrando una giustizia di classe. Debolissima con i forti e forte con i deboli.

La separazione delle carriere - Partiamo da quanto sta accadendo in queste settimane. Dall’annuncio, cioè, della premier Giorgia Meloni dell’avvio di una riforma costituzionale che avrà due punti cruciali: la separazione delle carriere, la modifica del funzionamento del Consiglio superiore della magistratura. E forse, anche, la cancellazione di uno dei capisaldi del nostri sistema: l’obbligatorietà dell’azione penale. La separazione, come detto, è stata una bandiera di Gelli ripresa poi in mano da Silvio Berlusconi e da Forza Italia. Che mai, però, ebbe la forza e il coraggio di metterla in pratica. Il perché è ben spiegato da quanto sta accadendo in queste ore. “Tutta la magistratura associata è contraria alla riforma” ha detto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, raccogliendo l’appoggio e, anzi, l’incoraggiamento ad alzare le barricate da tutti i gruppi. Da Magistratura indipendente - assai dialogante con questo Governo anche grazie alla figura del sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano - ai “duri” di Area, da Unicost agli indipendenti, non si è alzata una parola di consenso a quello che viene considerato “un attacco alla Costituzione”.

Ma perché? Quella dei magistrati è soltanto una difesa di classe? O è invece una difesa, nel delicato equilibrio tra i poteri dello stato, dell’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo? “La separazione delle carriere fra pm e giudici - spiega Ciccio Zaccaro, segretario di Area - nei fatti avrà due effetti: indebolire il ruolo terzo del pubblico ministero e rafforzare invece quello della polizia giudiziaria. Mi chiedo: il cittadino che beneficio ne avrà? Otterrà così una giustizia migliore, più efficiente, veloce, giusta? Assolutamente no. A trarre beneficio sarà soltanto il potere esecutivo che si sottrarrà dal controllo. E al contrario potrà esercitare sulla polizia giudiziaria un potere di controllo e indirizzo che, invece, non hanno e non possono avere sui magistrati. A pagare prezzo, non saremo noi. Ma i cittadini che avranno meno garanzie rispetto a un giusto processo, sin dalla fase delle indagini. E una burocrazia sempre più forte: due Csm, due corpi giudiziari”.

Il pugno duro - Eppure, questo è il Governo che si è presentato agli elettori con la promessa di una giustizia efficiente e intransigente. La premier Meloni che gridava al blocco navale. Il vice premier, Matteo Salvini, che citofona a casa di presunti spacciatori di droga. La legge bandiera di questo esecutivo è il “decreto Caivano”, arrivato anche per sanare il pasticcio della norma anti Rave (che rischiava di mettere fuori legge ogni manifestazione di gruppo), che tra le altre cose ha alzato i massimi per le pene dello spaccio di lieve entità. Significa che basta passare uno spinello per trascorrere una notte in carcere. Risultato? Le prigioni scoppiano e sono completamente fuori controllo: i suicidi tra i detenuti crescono e sembrano non interessare a nessuno.

“Direttive scritte male, grandissima confusione” denuncia il segretario degli agenti penitenziari della Uil, Gennarino de Fazio, “lo Stato chiede a noi di imporre una legge dello Stato che loro non sono in grado di rispettare. I detenuti sono fuori controllo”. Qualche settimana fa, in una delicatissima indagine per la ricerca di un latitante, polizia e carabinieri si sono resi conto che intercettavano in carcere un mafioso che aveva a disposizione quattro diversi telefoni cellulari, a conferma che ormai la criminalità organizzata è in grado di gestire tutti gli affari dalla galera come se niente fosse. “Eppure” ripete da anni il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che per primo ha denunciato questa vergogna, “basterebbe schermare le prigioni…”.

Il colpo di spugna sulla corruzione - Ma non sono queste le parole che il governo Meloni ascolta, in tema di giustizia. Basta vedere cosa è accaduto dopo l’inchiesta di Genova, con l’arresto del governatore Giovanni Toti. Nel mentre l’Antimafia della presidente Chiara Colosimo processava il sindaco di Bari, Antonio Decaro, mai indagato nell’inchiesta sul voto di scambio nella sua città, il ministro della Giustizia, Nordio puntava il dito contro i magistrati genovesi che avevano arrestato Toti.

Per non sbagliare, al ministero nelle stesse ore lavoravano a una riforma che non consentirà più inchieste come quella ligure. Perché il ragazzino che passa lo spinello, deve andare in carcere. Ma corrotti e corruttori non si possono intercettare con i trojan, quei software cioè in grado di trasformare i cellulari in microspie. Sono stati lo strumento cruciale in tutte le ultime indagini sulla corruzione: caso Toti, appunto. Ma anche quella che ha portato agli arresti (ha chiesto di patteggiare) di Tommaso Verdini, figlio di Denis e cognato del ministro Salvini. O l’inchiesta che ha costretto al patteggiamento dell’ex deputato della Lega, Gianluca Pini, condannato per corruzione come l’eurodeputato di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza.

Ma vietare il trojan per reati di corruzione sarebbe soltanto l’ultimo passaggio di un piano preciso che vedrà l’abolizione dell’abuso di ufficio e il ridimensionamento del traffico di influenze, due passaggi della riforma della giustizia, che renderebbero impossibile punire i “facilitatori” alla Verdini o quei pubblici amministratori che utilizzano il loro ruolo per ottenere vantaggi privati. Un esempio? I sindaci che annullano cartelle esattoriali prima delle elezioni. “Eliminare i trojan, dopo gli interventi sull’abuso di ufficio e il traffico di influenze, significherebbe rendere impossibili le indagini sulla corruzione” spiega il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, forse il magistrato italiano con più esperienza sul tema, anche grazie alla sua esperienza all’Anac. “Si avvererebbe l’auspicio di chi ritiene che la corruzione vada eliminata dal codice penale”.

Gli organici e i flop organizzativi - Ma se l’attacco ai reati per i colletti bianchi, insieme con le scelte sulla separazione delle carriere, sembra appartenere a un preciso (e in un certo senso legittimo) disegno politico, non può essere trascurato un altro aspetto: il caos. Avevano detto: riempiremo i buchi di organico. E invece all’appello mancano 1600 toghe. Avevano promesso: saremo più efficienti. E nella riforma prevedono tre gip per decidere le custodie cautelari. Al di là delle questioni di incompatibilità, per restare a Roma oggi ciascuno dei 40 gip decide su 25 convalide annue. Se la riforma entrasse in vigore, diventerebbero 75. Impossibile. Repubblica, con Liana Milella, aveva raccontato per prima la rivolta di 26 presidenti delle Corti d’Appello di tutta Italia davanti alla riforma sulla prescrizione. Non una motivazione “politica”. Ma tecnica: “Con la norma si rischia la paralisi delle intere attività” avevano scritto. Risultato? Zero. La riforma sta per essere approvata con la benedizione del ministro Nordio e di quella che lui stesso chiama “la ministra”, la sua potentissima capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, magistrata fuori ruolo ed ex parlamentare di Forza Italia (con ottime entrature anche in Italia Viva) che gestisce tutti i dossier più delicati. Primo tra tutti l’esercizio delle azioni disciplinari nei confronti dei suoi ex colleghi. A conferma che il vero senso della riforma è una questione di tempi: controllare. E non essere controllati.