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di Alice Benatti


Gazzetta di Modena, 10 novembre 2020

 

"Te lo ricordi l'8 marzo...al carcere?", si legge in un lenzuolo appeso ai piedi della Ghirlandina. Sono passate da qualche minuto le 16.00 e un uomo prende in mano il microfono. "In questo momento è essenziale parlare di carcere, siamo qui per ricordare alla città che c'è un angolino di Modena, dalle parti di Sant'Anna, dove è ancora più pericoloso e penoso vivere questa fase (...) quello che è successo l'8 marzo è stata una strage".

Comincia così l'incontro "Dietro le sbarre: testimonianze e riflessioni sul carcere" organizzato da Consiglio Popolare - Sciopero Italpizza per tenere alta l'attenzione su quella che senza remore definiscono una strage consumatasi nel carcere della nostra città ormai 8 mesi fa e riflettere sull'utilità e le contraddizioni del sistema carcerario.

Ma facciamo un passo indietro, fino all'8 marzo. Il Coronavirus comincia a bussare anche alla porta del Sant'Anna dove si diffonde la voce che un detenuto è positivo e comincia a circolare la notizia che i colloqui con i famigliari sono sospesi per tentare di contenere il dilagare dell'epidemia. I detenuti insorgono, assaltano l'infermeria dove sono conservati i farmaci, distruggono il carcere e in nove perdono la vita, 5 in carcere e 4 durante il trasporto da qui ad altri istituti. Per cinque di loro l'autopsia ad agosto conferma l'overdose da metadone e psicofarmaci e non rileva lesioni da percosse, ma la Procura su quelle morti sta ancora indagando.

Dalla cassa posizionata in Piazza Grande irrompe la voce della giornalista Manuela D'Alessandro, in collegamento telefonico, che riporta un'altra "verità" contenuta in due lettere (di cui Agi è il possesso) scritte da due detenuti che hanno viaggiato da Modena ad Ascoli assieme a Salvatore Piscitelli, uno dei 9 morti di Modena: "abusi" subiti durante il trasferimento ad Ascoli e nessuna visita dei medici prima di essere trasferiti altrove, nonostante stessero male e nonostante un controllo medico sia obbligatorio per ottenere il nullaosta per il trasferimento.

"Io e la mia collega Lorenza Pleuteri siamo state chiamate dalla Procura di Modena e sentite come testimoni - racconta D'Alessandro - è stata aperta l'ipotesi di reato di omicidio colposo ma ad oggi l'inchiesta è ferma, anche per la questione Covid. Sarebbe importante trovare altre testimonianze al di là di quelle che possono trovare la squadra mobile e la Procura".

Dopo la giornalista viene annunciato il collegamento telefonico con un testimone oculare dei fatti dell'8 marzo, che resta anonimo. L'uomo descrive il carcere di Modena, in cui è stato detenuto, come "un concentrato di violenza da parte dello Stato sulla carne dei detenuti".

"La sanità era un punto fermo delle richieste dei detenuti, può essere che qualche detenuto abbia abusato di farmaci, non dico di no, ma è normale quando educhi le persone per anni a essere tossicodipendenti. La realtà dei fatti è che i carabinieri sono andati sul parapetto del carcere e hanno sparato, e quando non so chi di preciso della polizia penitenziaria o dei carabinieri sono entrati dentro, il primo detenuto che hanno avuto per le mani lo hanno ammazzato davanti a tutti e hanno detto "Adesso vi facciamo questo".

C'è gente a cui sono arrivati i proiettili vicino alla testa ed è solo per miracolo che non hanno preso il piombo in testa o in altre parti del corpo". Un altro ex detenuto, William Frediani, racconta che "in carcere si vive in piena promiscuità e nell'impossibilità di avere spazi di libertà, si è presi da un senso di clausura interiore che ti distrugge e crea uno stato di dipendenza infantilizzante verso l'operatore penitenziario, la guardia, in cui bisogna chiedere il permesso per qualsiasi cosa, anche per farsi una doccia. In carcere si ottengono molto più facilmente psicofarmaci che una tachipirina".