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di Matteo Brighenti

paneacquaculture.net, 30 ottobre 2025

Intervista a Stefano Tè sull’Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere. “L’investimento sulla cultura in carcere è un beneficio tangibile per l’intera società”. Stefano Tè, Direttore artistico del Teatro dei Venti, parla della nuova Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere a Modena, e lo fa con la convinzione di chi sa di aver progettato un percorso modello per la formazione professionale dei detenuti e per la creazione di un presidio culturale stabile in carcere.

“Ciò che rende l’Accademia un modello - precisa - è la sua struttura sinergica. Non è un laboratorio teatrale. È un progetto composto da tre assi, che attraversano un centro: la creazione artistica al centro e, come assi - continua - la formazione della persona (artistica e tecnica), l’innovazione dell’istituzione penitenziaria (coinvolgendo il personale) e l’impatto sulla comunità (il dialogo con il “fuori”)”. 704 ore di lezione nella Sala Teatro della Casa Circondariale di Modena, da ottobre scorso fino a marzo prossimo, per un primo percorso didattico, che si articola con due programmi di studio, artistico e tecnico. “Ed è anche replicabile altrove, perché si basa su una collaborazione stretta tra il Teatro dei Venti, la Direzione dell’Istituto e una rete di sostegno istituzionale e finanziaria solida, a partire dal Ministero della Giustizia”. 

Stefano, partiamo da qui. L’attività artistica di alto livello, come adesso il Macbeth e prima la vostra produzione di Edipo Re, di cui scrissi con Elena Scolari, come si lega al messaggio di reinserimento e formazione professionale dell’Accademia?

Si lega in modo indissolubile. Le attività dell’Accademia comprendono la realizzazione di spettacoli, che sono la dimostrazione pratica di ciò che facciamo. L’arte non è separata dalla formazione, dal passaggio di competenze. I detenuti che si formano come tecnici o artisti non lo fanno in astratto: lavorano su vere produzioni, di alta qualità, che vanno in scena nei teatri, oltre che in carcere, e dialogano con la città. L’arte diventa il laboratorio concreto del reinserimento. Anche se ne è solo uno degli strumenti. Il reinserimento non può passare solo dall’arte, questo deve essere chiaro, ma da una rete di supporto più grande, che spesso, però, purtroppo manca.

Qual è lo stato attuale delle carceri? In che mondo carcerario nasce l’Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere?

L’Accademia nasce in un contesto che vive di forti criticità, che tutti conosciamo, sovraffollamento, carenza di personale, e che di conseguenza ha un bisogno urgente di trasformazione. Il carcere non può essere solo espiazione; deve essere un luogo dove si agisce un cambiamento. Il ruolo del teatro, in questo contesto, ha un valore se si pone come realtà forte, con le sue regole e le sue dinamiche. Se si costruisce e si afferma con una sua identità. L’Accademia nasce anche per consolidare questo ruolo.

L’Accademia vuole essere un presidio culturale in carcere che mira dunque a trasformare la detenzione in un’opportunità di reinserimento. Sembra fantascienza, utopia, e invece è realtà. Come ci siete riusciti? Come siete riusciti a trasformare quella fantascienza, quell’utopia, in realtà?

Non è più fantascienza, ma non è ancora realtà, dobbiamo essere sinceri. Noi consideriamo l’Accademia un prototipo. È il risultato di un cammino ostinato, arrivato dopo un percorso ventennale del Teatro dei Venti dentro gli istituti penitenziari. Nasce da quattordici spettacoli prodotti, da centinaia di ore di laboratorio, dalla credibilità che abbiamo costruito con le Direzioni, con il personale e, soprattutto, con i detenuti. È diventata realtà grazie a una rete solida, creata anche grazie al Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, al Comune di Modena, alla Fondazione di Modena, che ha portato al sostegno fondamentale del Ministero della Giustizia e della Cassa delle Ammende. L’utopia si fa realtà quando la visione è condivisa, quando si superano le distanze definite dai ruoli, quando al sogno si affiancano la perseveranza, la professionalità e il sostegno istituzionale. Ma questo è solo l’inizio. È importante però ribadire che reinserimento, opportunità lavorativa, cambiamento, sono tematiche che attraversano il cuore del tema fondante, ma non sono la ragione. Noi nelle carceri cerchiamo di portare il Teatro, il vero motore del nostro agire, con tutte i suoi effetti positivi e tutti i contraccolpi.

Stefano Tè alla conferenza stampa di presentazione dell’Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere del 14 ottobre alla Casa Circondariale di Modena. Foto di Teatro dei Venti

Dopo il percorso che hai descritto, cosa rappresenta per il Teatro dei Venti l’Accademia? Quale nuova scommessa sulla persona incarna?

Dopo tanti anni di lavoro sentivamo l’esigenza di fare un passo ulteriore. Non ci bastava più, per quanto importante, creare spettacoli, ma c’era bisogno di segnalare, di aumentare il livello della presenza del teatro in carcere. L’Accademia è il progetto che può innalzare questo livello. Incarna la volontà di passare dalla presenza del teatro in carcere per la creazione di spettacoli a una permanenza strutturata, certa, come la scuola. Per fare questo, è necessario, prima di tutto, uscire dal contesto teatro carcere, tenere al centro la qualità artistica e la formazione di professionalità riconosciute, con competenza spendibili fuori dal carcere.

Quindi, cosa rende l’Accademia il passo giusto in questo momento?

È il passo giusto perché è la naturale evoluzione del nostro impegno. Progetti come AHOS - All Hands On Stage, finanziato dall’Europa, ci hanno già spinto verso la professionalizzazione dei detenuti. Ora, grazie al sostegno del Ministero, possiamo strutturare questa intuizione. È il momento giusto per trasformare un’esperienza consolidata in un modello formativo completo, che non si limita all’atto artistico, ma abbraccia i mestieri del palco: fonica, illuminotecnica, sartoria, scenotecnica.

Come avete selezione il corpo docente?

Vista la particolarità del contesto, per questa prima fase abbiamo scelto professionisti che hanno già operato con noi in carcere, per diversi progetti, come nel caso di Vittorio Continelli, che ha curato la drammaturgia delle nostre ultime produzioni con attori detenuti, stessa cosa per la costumista Nuvia Valestri, per Marcello Marchi che ha condotto il corso di illuminotecnica nel progetto europeo AHOS. Mentre Oliviero Ponte di Pino, che terrà le lezioni di storia del teatro, ci ha scritto il Manuale di AHOS, raccogliendo le esperienze nelle Carceri dei cinque Paesi coinvolti. La collaborazione con Fabrizio Orlandi, storico tecnico di ERT, nasce da un’affinità artistica di lunga data, che affonda le radici nei primi anni del Teatro dei Venti. Sono persone che portano dentro il carcere non solo la loro sapienza, ma la loro esperienza viva del mestiere. Intento del progetto è anche quello di promuovere tirocini presso i teatri della città di Modena.

Da sx a dx: Francesca Figini (Attrice del Teatro dei Venti e Responsabile progetti in Carcere), Nicoletta Saporito (Responsabile area trattamentale Carcere di Modena), Oliviero Ponte di Pino (Critico e docente del progetto Accademia), Eleonora De Marco (Vice Presidente Fondazione di Modena), Alessandra Camporota (Assessora alla Sicurezza urbana integrata e Coesione sociale Comune di Modena), Orazio Sorrentini (Direttore Carcere di Modena), Francesca Romana Valenzi (Direttore Ufficio Detenuti e Trattamento del PRAP Emilia-Romagna), Stefano Tè (Regista e direttore artistico Teatro dei Venti), Davide Filippi (Attore Teatro dei Venti), Salvatore Sofia (Responsabile comunicazione Teatro dei Venti)

In che modo la formazione del personale penitenziario, prevista dal progetto, può migliorare il dialogo e il clima in carcere?

Questo è un asse fondamentale, perché il personale penitenziario è attore primario della nostra presenza in carcere e della buona riuscita dei progetti. Finora, ci siamo occupati delle relazioni, dell’ascolto, di porci in maniera adeguata, senza dare nulla per scontato. Ma crediamo che anche nella relazione con il personale penitenziario occorra fare un salto di qualità, cercando, per quanto possibile, di renderlo protagonista, al pari degli attori e delle attrici. Prevediamo una formazione specifica per il personale penitenziario, proprio perché crediamo che le pratiche teatrali condivise possano scardinare le dinamiche rigide e favorire un clima di collaborazione e dialogo costruttivo. Vogliamo migliorare la qualità delle relazioni interne, rinnovare la narrazione del carcere, rendendolo un ambiente più inclusivo per tutti coloro che lo vivono, detenuti e operatori.

Quanto è importante il sostegno finanziario, lo ricordavi prima, del Ministero della Giustizia e della Cassa delle Ammende per la riconoscibilità e sostenibilità dell’Accademia?

Certamente sono finanziamenti fondamentali, decisivi. Il sostegno della Cassa delle Ammende sostiene l’attività ordinaria, monitorata dal Comune di Modena, quello del Ministero della Giustizia è specifico per l’Accademia, che ha ricevuto un riconoscimento importante. Come fai notare, non è solo una questione di sostenibilità economica, che è ovviamente vitale. È una questione di riconoscibilità. Il fatto che il Ministero della Giustizia finanzi direttamente l’Accademia la qualifica come un progetto strategico, un “prototipo di buona pratica” a livello nazionale. Questo sostegno istituzionale ci permette di strutturare un prototipo e dà un peso diverso al lavoro che svolgiamo. Il nostro compito, però, è quello di allargare la rete anche ad altri finanziatori, perché il progetto Accademia non può permettersi di dipendere da un sostenitore unico, per quanto importante e riconoscibile.

Quanta “fatica”, quanta abnegazione c’è nel mettere in comunicazione il “dentro” del carcere con il “fuori” della comunità?

È un lavoro quotidiano, costante, che non si improvvisa da un giorno all’altro. La “fatica” sta nel superare i muri, che non sono solo quelli fisici. Innanzitutto, perché il carcere in questo momento ha altre priorità, l’ordine, la vivibilità, e poi perché rischia sempre di essere rimosso dall’immaginario collettivo, che nei termini “sovraffollamento” o “carenza di personale” legge qualcosa di astratto, di poco ponderabile. Mentre noi, che operiamo all’interno, sappiamo che si tratta di condizioni di vita reali e di grande difficoltà nel condurre le attività. La nostra sfida, la nostra abnegazione, sta nel generare un dialogo continuo tra questi due mondi, nel trasformare il carcere in un polo culturale che produce valore per le persone prima e poi per la città. Portare la comunità a vedere gli spettacoli, attivare tirocini all’esterno: ogni connessione richiede cura, diplomazia e una fiducia tenace nel fatto che il “dentro” è parte viva della città.

L’obiettivo ambizioso è dare diplomi di qualifica professionale riconosciuti. Quale impatto ritieni possano avere sul reinserimento lavorativo dei detenuti?

L’impatto che vogliamo ottenere è importante, determinante. Partiamo in questo primo anno rilasciando un attestato di frequenza dopo 704 ore di lezione, e già questo è un riconoscimento importante. Ma l’obiettivo futuro, quello ambizioso, è dare un diploma di qualifica professionale riconosciuto e tirocini strutturati nei teatri della regione. Questo fa tutta la differenza. Significa uscire di qui non solo con un’esperienza personale trasformativa, ma con uno strumento concreto, un titolo spendibile nel mercato del lavoro. È gettare le basi reali per un futuro diverso, per un reinserimento che non sia solo una parola, ma un fatto.