sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Estefano Tamburrini

Avvenire, 13 marzo 2026

Finalmente libero, ma davanti c’era il vuoto: Mohammed era solo, senza casa né lavoro. Dopo il carcere c’era solo la strada, dove ha dormito per “alcuni mesi” dopo il suo rilascio. “Avevo paura di morire o di finire di nuovo in carcere. Non mi sentivo protetto da nessuno: ero completamente solo”, racconta lui stesso. Temeva di “essere aggredito” e, a un certo punto, si è rifugiato nell’alcol per “non pensare” a ciò che lo “faceva preoccupare o stare male”. La prigionia a Sant’Anna (la Casa circondariale di Modena) era ormai alle spalle, ma il “reinserimento sociale” - di cui parla l’articolo 27 della Costituzione - non c’era affatto.

Lui però non si è arreso ed è riuscito a colmare le distanze che separano carcere e società: ha cercato supporto ed è arrivato (dopo un percorso conoscitivo) al Centro Papa Francesco, gestito da Caritas di Modena- Nonantola. Ora fa un tirocinio, il suo permesso di soggiorno è stato rinnovato e non vede l’ora di riabbracciare sua figlia, che vive in un’altra città. Ma il divario carcere-comunità resta. A Modena la condizione dei detenuti è un grande rimosso, spesso trattata a “distanza di sicurezza”. Eppure, sei anni fa - l’8 e 9 marzo 2020, sovraffollati, in pieno Covid - la città ha testimoniato la più grave rivolta carceraria del secondo dopoguerra, che lasciò nove vittime.

Da allora è cambiato poco: il sovraffollamento è a circa il 150%, con una popolazione carceraria di 570-576 persone su una capienza regolamentare di 572 posti. “Perciò è importante parlarne, coinvolgendo l’intera cittadinanza. E non solo gli addetti ai lavori. La giustizia e l’esecuzione penale non possono essere affrontate per compartimenti stagni, ma chiedono uno sguardo condiviso”, spiegano ad Avvenire gli organizzatori della Tavola rotonda “Educare al bene all’ombra del male - Quali vie di giustizia sono possibili oggi?”, che si terrà domani alla chiesa di San Carlo (Modena).

L’appuntamento si inserisce nell’ambito della rassegna “Modena capitale italiana del volontariato”, promossa da CsvNet e da Caritas Italiana. Interverranno monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vicepresidente della Cei, e il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana. Saranno presenti anche diverse autorità civili, tra cui il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, e il magistrato dell’Ufficio sorveglianza locale Francesca Ranfagni. L’incontro non si limiterà a relazioni frontali, ma prevede una tavola rotonda tra i relatori, che in seguito lascerà spazio a una serie di tavoli tematici, in stile sinodale, tavoli tematici specifici dedicati al volontariato dentro e fuori le mura carcerarie, al reinserimento dei detenuti e alle misure alternative. Saranno condivise anche esperienze di Giustizia riparativa, definite da Castellucci come “una grande conquista civile, sia per chi commette che per chi subisce i reati”.

Per l’arcivescovo: “La riconciliazione tra chi commette e subisce il reato è un miracolo”, capace di guarire le ferite “del colpevole e della vittima”. L’operatore Caritas, Massimiliano Ferrarini, del Tavolo terzo settore della Casa circondariale Sant’Anna, spiega così il senso dell’incontro: “Quale idea di comunità può rendere possibile una giustizia più umana, più responsabile e quindi anche più sicura? Serve una comunità coinvolta, non spettatrice”. La società - prosegue Ferrarini - non può quindi limitarsi a “chiedere punizioni esemplari” ma è chiamata a “interrogarsi, riconoscere le ferite e, quando è possibile, ricostruire legami”.

Parliamo anche con Paola Cigarini, volontaria dell’associazione locale “Carcere-Città Odv” è quello di “una giustizia capace di costruire relazioni e opportunità”, superando le logiche di “vendetta, violenza ed emarginazione sociale”. Cigarini osserva l’aumento dei giovani nella popolazione carceraria, “già segnati da ferite profonde” ed “esperienze traumatiche”.

Paola ammette che anche affrontano fatiche quotidiane, “nei tanti “no” da dire ogni giorno”, là dove “le risposte non bastano”. Tuttavia la speranza non manca. Qui c’è che “non si arrende” e che continua a “portare stimoli alle istituzioni”, affermano i volontari. Anche l’arcidiocesi di Modena-Nonantola esprime una vicinanza concreta ai detenuti di Sant’Anna, con l’erogazione di kit igienici e capi di vestiario, progetti di accoglienza post detentiva, percorsi di misure alternative e di reinserimento lavorativo.