di Stefano Vecchio*
dirittiglobali.it, 22 marzo 2021
A leggere le notizie riportate da alcuni giornali e media locali e nazionali e in particolare scorrendo il testo della "Richiesta di archiviazione per reato commesso da persone ignote", della Procura di Modena, sembrerebbe che "la natura" delle proteste nelle carceri avvenute nel primo lockdown, nel corso delle quali sono morte ben 13 persone, sarebbe attribuibile alla ricerca sfrenata e senza limiti di droghe da consumare. Nelle autopsie dei corpi delle persone detenute trovate morte sono state rilevate tracce di metadone e altri psicofarmaci, per lo più sedativi come le benzodiazepine, associate a segni di depressione respiratoria e altri legati a una possibile overdose. Osservo che quando si inserisce in una inchiesta giornalistica o giudiziaria la droga questa semplice presenza sposta lo scenario di riferimento e diventa immediatamente la causa del male sia per chi indaga che per chi costruisce le notizie sui media. Se poi si aggiunge che gli interessati sono migranti e detenuti non c'è via di scampo. Nel corso della pandemia, tra l'altro, gli stigmi si sono amplificati e diffusi in modo notevole.
Nella discussione si dimentica il contesto reale che ha provocato le proteste: la decisione dell'Amministrazione penitenziaria di chiudere tutte le comunicazioni dei detenuti con l'esterno, con i familiari in particolare, nel corso dell'emergenza Covid-19. Una reclusione nella reclusione, senza alcun tentativo di coinvolgimento dei detenuti né di informazione appropriata che ha creato e disseminato il panico prevedibile e da qui le proteste. Senza negare che vi siano stati atti di vandalismo, lo scenario che emerge dai racconti e dagli stessi resoconti ci parla di una gestione dei disordini da parte delle amministrazioni penitenziarie fortemente securitaria e con violenze diffuse nei confronti dei detenuti.
Se inquadriamo in questo scenario le vicende delle proteste, gli interrogativi sulla causa delle morti attribuita all'uso di metadone e psicofarmaci sono particolarmente inquietanti. Mi riferisco in particolare a quanto risulta dalla lettura della citata Richiesta di archiviazione che, attualmente, rappresenta il documento disponibile che fornisce maggiori informazioni sugli eventi.
1. Diverse testimonianze delle forze dell'ordine penitenziarie e del personale sanitario hanno descritto, con dovizia di particolari, i danni arrecati alle infermerie con la constatazione degli ammanchi del metadone e dei farmaci psicoattivi. Alcuni agenti della polizia penitenziaria raccontano anche di aver osservato detenuti visibilmente alterati e di averli collocati nelle celle insieme a detenuti più lucidi, per "cautela".
2. Altre testimonianze raccontano una realtà interessante: di aver allertato il 118 che è intervenuto salvando, in una circostanza, limitata a quella fascia oraria, diverse vite di detenuti che avevano una sospetta depressione respiratoria da uso di droghe, iniettando il Narcan, che è l'antidoto contro l'overdose da oppioidi e quindi anche da metadone. Non così in altre situazioni, come quelle dei trasferimenti.
3. Mi chiedo: se si era riscontrata in modo così puntuale la sottrazione di ingenti quantità di metadone, se molti detenuti apparivano chiaramente alterati, se vi erano già stati interventi efficaci con il Narcan, come mai non è stata prevista e organizzata una osservazione continuativa da parte del personale sanitario o d'intesa con questo, considerato che i sintomi dell'intossicazione da metadone sono frequentemente tardivi e possono manifestarsi nel corso del sonno? Una tale organizzazione di monitoraggio che definirei di routine, e comunque doverosa stante le premesse, avrebbe potuto consentire un intervento appropriato visto che, come si sostiene, le morti sono state determinate prevalentemente da una overdose di metadone anche nei casi in cui si sono trovate tracce di altri psicofarmaci.
4. Le descrizioni del rilevamento del metadone e degli psicofarmaci nelle autopsie sono riportate in modo molto dettagliato, così come le testimonianze sugli atti vandalici a carico della farmacia, ma sorprende che non vengano nemmeno notate le contraddizioni evidenti che ho esposto. E tra queste in ogni caso il rilievo, pure riportato, di ecchimosi e lesioni diverse e diffuse sui corpi dei detenuti deceduti, espressione di violenze considerate poco rilevanti in quanto non sufficienti a giustificare il decesso. Ma in ogni caso l'evidenza di una violenza subita non avrebbe richiesto una indagine? O la violenza sui detenuti, per giunta tossicodipendenti e migranti non fa né notizia né ha la dignità di essere presa in considerazione e quindi non può esigere giustizia?
5. Sembrerebbe che vi sia stata l'esigenza di risolvere rapidamente la vicenda tralasciando le molte domande aperte, o meglio di "archiviare" l'accaduto.
4. Mi chiedo ancora: se questi detenuti sono morti per overdose da metadone, è probabile che non fossero in trattamento presso il Ser.D. dell'Istituto di Pena in quanto è difficile che una persona che assume il farmaco con una dose terapeutica possa avere una intossicazione acuta mortale. Allora mi chiedo che livelli di sofferenza stavano vivendo quei detenuti che, mentre protestavano, hanno avuto il bisogno di somministrarsi farmaci che non sono, in genere, i più ricercati da chi usa droghe perché non hanno effetti ritenuti piacevoli ma prevalentemente sedativi. È evidente che queste persone hanno ricercato una forma di autocura con un gesto estremo, in un contesto di agitazione e confusione che non ha consentito nemmeno di valutare vantaggi e svantaggi, rischi e danni. E mi chiedo ancora: ma questa sofferenza profonda avrebbe diritto a essere ascoltata e accolta? E quando dico diritto sottolineo diritto, visto che una legge dello Stato italiano, il DL 230/00, recita "i detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione".
Forse i diritti alla salute sanciti dalla legge vanno sospesi nelle emergenze? A questi interrogativi chi darà risposta? Spero che le indagini continuino per gettare luce sulla vicenda e per affermare il senso di giustizia di un Paese democratico. Non mi anima alcun sentimento di rivalsa verso qualcuno. Certo se vi sono responsabilità individuali è giusto che vengano accertate e con i dovuti provvedimenti, ma non vorrei che il tutto si limitasse a individuare le eccezioni di alcuni comportamenti individuali.
La pandemia sempre di più fa emergere gli aspetti problematici dei nostri sistemi istituzionali, da quelli sanitari a quelli delle carceri. Le carceri nella pandemia sono sempre più chiuse, le attività di socializzazione sono sospese o limitatissime, quando resistono, e mentre noi, i liberi, abbiamo le disposizioni di stare distanziati, loro, i detenuti, stanno uno affianco all'altro sovraffollati e chiusi. La dimensione securitaria delle carceri emerge in questa fase in modo violento e pervasivo. Così come gli effetti perversi della legge 309/90 che - come documentato nei libri Bianchi dalla Società della Ragione, Antigone, Forum Droghe, il Cnca e molti altri - riempie le carceri per più di un terzo di tossicodipendenti e persone con condotte legate alle droghe.
Aggiungo che la logica securitaria nella forma biopolitica e psicopolitica che sta pervadendo le nostre vite quotidiane per effetto delle strategie del cosiddetto contenimento "infinito" della pandemia fa sempre più da specchio all'inasprimento securitario nelle carceri italiane. Nessuno restituirà le vite dei tredici detenuti alle loro famiglie, ma questi eventi tragici non possono essere silenziati e richiedono anzi una profonda analisi, per affrontare la natura strutturale perversa che le produce. E questa prospettiva ci riguarda direttamente, non solo per un'esigenza etica di giustizia ma anche perché è in gioco la libertà di tutti noi.
*Presidente di Forum Droghe











