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di Francesca Blesio

 

Corriere della Sera, 1 agosto 2018

 

Mamme ex atlete e detenute giocano a volley nella sezione femminile del Sant'Anna di Modena. L'esperienza nella casa circondariale supportata dal Centro Sportivo Italiano. Una volontaria: "Lo sport azzera le differenze e aiuta a vivere meglio. Loro ma anche noi".

Al campo si vede giusto uno scampolo di cielo. Quel che resta della libertà è un gioco di nuvole e sole sopra la propria testa. E un muro di mani, che ribatte colpo su colpo, ben più basso rispetto a quello di cemento armato della casa circondariale Sant'Anna.

Grazie al Centro Sportivo Italiano e al Comitato di Modena, la pallavolo regala qualche ora di socialità alle donne che stanno scontando in questo carcere nella periferia nord della città la propria pena. L'appuntamento con lo sport, previsto nella campagna "Il mio campo libero" del Csi all'interno degli istituti di pena italiani (13 regioni coinvolte) e organizzato nella sezione femminile del Sant'Anna, quest'anno era il sabato mattina.

"L'obiettivo - spiega Emanuela Carta, responsabile dell'intervento - era ed è sempre quello di diminuire la recidiva, offrendo con lo sport un percorso di risocializzazione". Le condizioni non sono certo semplici: "L'ostacolo più grosso è fare partecipare le detenute: rompere la monotonia è difficile". Superato quell'ostacolo, però, i risultati si vedono. Almeno sul campo da gioco.

Di recente una squadra di mamme, ex giocatrici, con la maglia delle Seven Fighters (la squadra del cartone animato Mila e Shiro) si è sfidata con le ragazze del carcere e ne è uscita sconfitta. Erano tutto meno che dispiaciute, le pallavoliste della Pgs Smile di Formigine. Tanto che a settembre contano di tornare in quel rettangolo di cemento per la rivincita.

"La prima cosa che noti entrando - rileva Chiara Casali, capitano della squadra - è che il carcere è un postaccio. E la prima che realizzi, confrontandoti con donne simili per età e spesso anche per provenienza, è che sei molto fortunata a essere nata e cresciuta in un ambiente che ti ha permesso di vivere una vita diversa". Gli spazi angusti, la mancanza di privacy, la distanza dagli affetti si sono impresse sulle retine di Chiara e delle sue compagne.

Assieme alle privazioni, hanno anche scoperto la gioia delle piccole cose ("Erano felicissime di poter riassaporare i cibi di casa, nelle torte che abbiamo portato fatte da noi e dalle nostre mamme"). Perché dopo la partita c'è stato il più dolce dei terzi tempi, quello della merenda condita di chiacchiere. "Lo sport azzera le differenze", ricorda Chiara. E così, questa squadra di mamme ha passato una mattinata confrontandosi prima sul campo poi sulla vita con le donne rinchiuse in questo carcere nella campagna modenese.

Paola Roncaglia frequenta la casa circondariale come volontaria del Csi Modena da tre anni. "Come fuori, anche dentro al carcere lo sport fa da collante", attacca. E poi insegna a vivere meglio: "All'inizio le ragazze miravano a vincere, quindi appena arrivava loro la palla la ributtavano subito di là dalla rete per ottenere il punto, ora tendono a fare i tre passaggi canonici. E questa apertura verso le altre ha un effetto anche fuori dal campo: prima difendevano il pacchetto di cracker, ora cominciano a condividerlo, così può succedere con i biscotti o con le sigarette. Sembra scontato per noi, ma dentro al carcere non lo è per niente".

Gli spazi, per uno sport che fa bene al futuro delle detenute ma anche al mondo che dovrà riaccoglierle una volta uscite, nella sezione femminile del Sant'Anna sono risicatissimi. C'è solo quel rettangolo di cemento per tutte e tutto, ora d'aria compresa. E se le condizioni meteo sono avverse lo sport si fa in biblioteca. La rete sbilenca nel campo di pallavolo è giusto un dettaglio. Una volta fuori, sarà certamente più tesa. E i muri saranno solo di mani.