Gazzetta di Modena, 14 marzo 2020
L'associazione Carcere-Città: "La scelta di violenza e morte ha riguardato pochi. Oggi si vedono le reali condizioni di vita". "Ci sembra che il ministro di Grazia e Giustizia, impegnato a riaffermare astratti principi di legalità, come del resto facciamo noi tutti, non metta in campo le risorse necessarie per favorire quelle azioni rieducative che la nostra Costituzione esige e che renderebbero la vita detentiva più dignitosa".
Con queste parole Paola Cigarini e l'associazione "Carcere-Città" - che da molti anni si occupa di tenere unite la realtà dei detenuti di Sant'Anna e Modena - commenta amaramente le parole del ministro Alfonso Bonafede sulla tragica rivolta che ha portato a nove morti e numerosi feriti, alcuni dei quali gravi. "Carcere Città" non nega che ci siano anche gravi responsabilità da parte di gruppi di giovani detenuti che di fatto hanno avuto un esito mortale, quasi suicidario, ma chiede di non interrompere in questo momento difficile il legame coi modenesi e chiede alla politica di non fermarsi all'indignazione ma di fare la sua parte per la gestione dei detenuti.
Non esiste, secondo l'associazione dei volontari, una spiegazione unica di quanto è accaduto. Non basta il panico per paura del detenuto in isolamento scoperto positivo al Covid-19, né il sovraffollamento, né le tensioni interne tra carcerarti.
Spiegano: "In questo contesto il coronavirus ha messo a nudo la condizione carceraria, l'ha riportata indietro a prima della Legge Gozzini. I fragili vivono in ogni contesto, ma in carcere più che altrove. Lì si assommano povertà, condizioni di solitudine totale, tossicodipendenza, anzianità, malattia mentale e, senza distinzione, un vincolo di totale dipendenza che impedisce l'assunzione di responsabilità. E così, in una domenica pomeriggio ancora più vuota degli altri giorni è arrivata la rottura, l'andare incontro alla morte non per la libertà, ma per il solo rifiuto di questo vuoto e dell'angoscia che ne deriva".
Questo "andare incontro alla morte" attraverso l'abuso di sostanze stupefacenti rubate in infermeria non riguarda però tutti i detenuti coinvolti nella rivolta: molti, rimasti n disparte, lo sono stati loro malgrado. "Bisogna dire che questa scelta di morte non ha riguardato tutta la popolazione carceraria: non sappiamo quante persone abbiano partecipato alla rivolta, ma è certamente una minoranza, anche se significativa. Nostro dovere è rivolgerci agli altri e ai sopravvissuti per rigettare le basi di un cammino di responsabilità, perché solo così è possibile la libertà". "A questo - aggiunge "Carcere-Città" - si sommano le responsabilità di chi crede poco nelle misure alternative al carcere per le persone che hanno i requisiti per accedervi e non ne facilita la fruizione".
"Purtroppo, una società forte di pregiudizi e condizionamenti, difficilmente si sforza di riflettere sul ruolo della pena ma preferisce istintivamente carceri lontane e chiuse; lo chiede una parte abbondante della popolazione come del resto anche alcuni sindacati di polizia". Conclude "Carcere Città": "Noi volontari abbiamo invece maturato nel corso degli anni la netta consapevolezza che solo l'aumento significativo del rapporto tra le persone detenute e il mondo esterno può aiutarle ad assumere responsabilità e a rialzarsi. E solo allargando l'attenzione il più possibile anche a chi non conosce la realtà carceraria è possibile andare verso un dialogo che non escluda nessuno".









