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di Carlo Gregori


Gazzetta di Modena, 15 luglio 2021

 

Drammatica testimonianza di un ex carcerato di Modena ora libero: "Nessuno ha fatto niente per salvarlo, è morto peggio di un cane". "Sento casi in cui si lotta per salvare gli animali. Si scrivono articoli per evitare l'abbandono estivo di cani e gatti. E nessuno si indigna se un poveraccio per ore sta male, è morto forse di overdose e, se è vero, si poteva salvare con una puntura. Quella vita valeva meno di un cane abbandonato in autostrada".

Parla un detenuto testimone della rivolta al carcere di Sant'Anna dell'8 marzo 2020. Dice di aver visto come è stato trattato uno dei nove compagni di carcere morti. Lo ha seguito nel trasferimento e ha potuto osservare le sue ultime ore (anche se confonde il nome). E, dopo aver testimoniato per il Garante dei Detenuti, ha raccontato in forma anonima la vicenda a "Diritti Globali". "Ho deciso di parlare perché lo ritenevo il mio dovere dopo quello che avevo passato e visto. L'ho potuto fare, però, solo quando ho terminato la pena e sono tornato un uomo libero".

Il racconto ricostruisce il trasferimento e la morte di uno dei nove deceduti ufficialmente per sola overdose. "Io sono capitato nella stessa gabbia con Slim Agrebi. Fin dall'inizio aveva un comportamento strano, mi cadeva addosso in continuazione. Ho avvertito gli agenti che mi hanno risposto che se ne sarebbe parlato a destinazione. La situazione peggiorava mano a mano che passava il tempo. Ho chiesto che almeno gli venisse dato da bere, ma senza risultato.

Quando proprio ormai non si reggeva più, dopo 3 o 4 ore siamo arrivati nelle vicinanze di Alessandria, dentro al cortile del carcere. È stato scaricato a braccia. C'era in attesa un'ambulanza e so che avevano chiamato un magistrato. È salita un'infermiera che ci ha provato la pressione che, stranamente, era uguale per tutti. Quando siamo ripartiti ho sentito gli agenti che dicevano che era deceduto ed era stato caricato in ambulanza".

La tensione era già forte nei giorni precedenti alla rivolta, quando il terrore del contagio del virus ormai era una realtà. Racconta: "C'era tensione per le notizie che arrivavano riguardanti il Covid. Io più volte ho cercato di contattare la direzione come portavoce dei miei compagni, ma era difficile avere un colloquio con la nuova Direttrice che era presente per poche ore settimanali. Si riusciva parlare, solo, con degli ispettori che promettevano senza mantenere. La direzione, infatti, era cambiata improvvisamente nel mese di gennaio. Noi detenuti avevamo un ottimo rapporto con la prima direttrice che ci riceveva con facilità e questa nuova situazione aveva aumentato la preoccupazione. Dopo la sua sostituzione, infatti, le notizie, arrivavano solo con avvisi senza possibilità di spiegazioni. L'ultimo che annunciava la sospensione dei colloqui ha scatenato la rabbia".

La rivolta di quella domenica, seguita a distanza da questo testimone che non entra nel merito del saccheggio dell'infermeria e delle morti per overdose (dice solo: "Da ex-tossicodipendente, il carcere non mi ha mai fatto arrivare a una tale crisi di astinenza da farmi desiderare un assalto al metadone"), raggiunge il suo apice nel pomeriggio, quando prima resta chiuso in cella e poi è aiutato da un agente a trovare rifugio, mentre stanno arrivando decine e decine di agenti della penitenziaria in assetto antisommossa. La sua testimonianza: "Ho letto di molte testimonianze di pestaggi. Io non li ho subiti ma, per quello che vale dato che non riuscirò a dimostrarlo, ho sentito diverse volte grida e una voce che ordinava di smetterla "perché così li ammazzate".

Certo ho visto passare le barelle e anche le conseguenze sui volti dei detenuti che ho incontrato dopo al momento del trasferimento. C'era stata una rivolta, come dimostrare che non era una inevitabile conseguenza dei tafferugli?" Poi la drammatica serata di domenica: "Io e i miei compagni siamo stati chiusi nella palazzina fino alle 24, sempre seduti per terra, senza mangiare e senza bere. Ci hanno fatto andare una volta sola in bagno. Ci hanno divisi in gruppi, ognuno aveva la sua destinazione che non veniva comunicata. Io e i miei compagni non siamo stati visitati da nessun medico prima della partenza. Tutti i detenuti hanno tenuto le manette per il viaggio". Va detto che Slim Agrebi non è morto ad Alessandria ma a Modena. Il detenuto di cui parla è da identificare.