di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 17 luglio 2024
Il penitenziario modenese è tra i più in sofferenza in regione. “Un’emergenza tangibile che va risolta”. Paola Cigarini: “I locali per le donne lavoratrici sono stati adibiti a celle. Così si bloccano le attività”. Se ne parla da anni ma, nonostante tutti gli allarmi del caso, la situazione non è mai migliorata, anzi, è in peggioramento. Parliamo del sovraffollamento nelle carceri dell’Emilia-Romagna e proprio il penitenziario modenese, insieme a quelli di Bologna e Ferrara, risulta il più affollato per quanto riguarda i detenuti fino ai 25 anni. I dati ministeriali sono stati diffusi dal garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri.
Nella nostra città i detenuti dovrebbero essere al massimo 372, eppure risultano 538. Ma c’è anche tutto un altro tema, ovvero quello che riguarda le detenute donne che sono una trentina al Sant’Anna. Infatti secondo i dati diffusi dal Garante, da quasi 15 anni le donne non possono lavorare all’esterno: dal 2010 il penitenziario modenese non avrebbe posti per le donne semilibere o per quelle che vogliono lavorare. Su questo aspetto, come spiega una delle storiche volontarie del carcere, Paola Cigarini (Associazione “Carcere e città” - Progetto Peter Pan), volontaria dal 1987, è in corso un confronto con l’amministrazione penitenziaria. “In realtà prima del 2020, anno della rivolta e della pandemia le donne uscivano; almeno due o tre detenute e tornavano la sera. Lo stop è arrivato proprio a causa del sovraffollamento: chi esce per lavorare - spiega Cigarini - non rientra nelle sezioni ‘normali’: vi è un fabbricato a parte dove rientrano le persone che lavorano all’interno del carcere o che escono a lavorare nelle cooperative ad esempio. Erano state quindi attrezzate a questo scopo anche due celle della sezione femminile, ma il sovraffollamento ha fatto sì che questi locali venissero utilizzati proprio per celle normali”.
“Non dimentichiamo poi - continua la volontaria - che per organizzare uscite, occorre organizzare anche il lavoro degli agenti che devono accompagnare le detenute all’esterno e oggi l’organico è quello che è. Noi, insieme al centro antiviolenza, casa delle donne e un’altra associazione che si occupa della sartoria all’interno del penitenziario abbiamo iniziato a chiederlo e si dovrebbe riuscire a realizzare ma il problema vero è questo: abbiamo un lavoro esterno da offrire ad una donna che esce dal carcere? Modena offre questo genere di opportunità? Anche la città si deve interrogare”.
Cigarini fa presente come vi sia un tavolo comunale, Clepa, dove si confrontano tutte le istituzioni coinvolte: “Occorre parlarne seriamente lì: questi tavoli devono funzionare perché il loro compito è l’organizzazione e ognuno deve fare la propria parte. Per le detenute modenesi ci sono poi altri problemi - fa presente -. Contrariamente agli uomini, le detenute non hanno un posto all’esterno per ripararsi dal sole. Se non altro e per la prima volta, al costo di trenta euro, possono acquistare un ventilatore. Ma questo fa capire come il mondo è di chi ha e chi non ha: pure l’aria fresca la compri e non tutte possono permetterselo. Nelle sezioni alte il caldo è ovviamente insopportabile e spesso si fanno collette. Quello che davvero importa - conclude- è tenere vicini carcere e città”. Ad intervenire sul tema sovraffollamento è anche Francesco Campobasso, segretario nazionale del Sappe per l’Emilia Romagna e le Marche.
“Il sovraffollamento è una piaga del sistema carcerario attuale che va di pari passo con una carenza di organico che ha raggiunto livelli altisonanti e mai registrati prima d’ora. Il tutto comporta inevitabili ed ulteriori disagi sia per ciò che concerne la gestione della popolazione detenuta, sia per il mantenimento dei livelli minimi di sicurezza. Una emergenza tangibile che mette nuovamente in risalto le problematiche del settore”.










