di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 11 novembre 2021
Tre sono accusati di evasione e 67 di devastazioni, saccheggio e incendio. La Procura vuole indagare per altri sei mesi.
Sono settanta gli indagati che a vario titolo la Procura ritiene possibili responsabili della rivolta, delle devastazioni e dell'incendio al carcere di Sant'Anna nella tragica giornata dell'8 marzo 2020, terminata con nove detenuti morti ufficialmente per overdose di metadone saccheggiato. Il numero è quello dei detenuti indicati nell'elenco della richiesta che le due pm titolari dell'indagine - Lucia De Santis e Francesca Giordano - hanno presentato al gip per una richiesta di proroga. Le sostitute procuratrici chiedono infatti altri sei mesi di tempo per proseguire l'indagine del filone iniziale dell'inchiesta: la dinamica e le responsabilità della rivolta vera e propria, scoppiata nella tarda mattinata. Non si sa altro dello stato dell'indagine. La richiesta al Tribunale è infatti motivata nell'atto solo dalla generica "complessità delle indagini". Non si fa cenno di video o immagini ritrovate, come qualcuno aveva detto nelle scorse settimane.
I settanta indagati sono suddivisi in due gruppi a seconda dei capi d'accusa. Tre sono quelli sospettati di aver tentato l'evasione. E a loro questo reato viene contestato insieme con la resistenza a pubblico ufficiale. Agli altri sessantasette detenuti (o ex detenuti) viene invece contestata una coppia di reati pesanti: devastazione e saccheggio (che comporta pene fino a 15 anni) e l'incendio. Ovviamente, l'indagine è complessa proprio per la difficoltà di individuazione delle singole responsabilità penali. Questo perché le telecamere erano fuori uso, come detto anche nella relazione del Dap presentata il 24 marzo 2020 all'allora ministro Alfonso Buonafede.
Resta da capire se tutte o solo alcune telecamere di sorveglianza interna erano fuori uso, perché fossero rotte o scollegate e se esistono altre immagini della rivolta. Le prime e uniche fotografie note sono successive: risalgono al pomeriggio e venero fatte per la polizia giudiziaria (alcune venero divulgate per far conoscere gli effetti delle devastazioni all'ufficio matricole e nell'infermeria saccheggiata).
L'inchiesta della Procura si basa non solo sulla relazione della direttrice Maria Martone inviata il 20 maggio al Provveditorato regionale e poi confluita nella relazione generale del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) sulla tragica giornata di rivolte carcerarie in tutta Italia. Determinante in questi mesi è stata la ricostruzione delle due pm attraverso gli atti della polizia penitenziaria e l'ascolto di detenuti e agenti che hanno riferito dalla loro angolatura cosa è successo. La miccia che ha fatto esplodere la rivolta è stata l'angosciante notizia diffusa nel primo pomeriggio dell'8 marzo che un detenuto in isolamento era davvero malato di Covid, sospetto fino allora negato dalle autorità. Le distruzioni e l'incendio sono proseguiti per ore fino alla repressione totale. Poi la scoperta dei morti e ora le denunce di detenuti di pestaggi e violenze subite dopo essere stati denudati.









