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di Giulia Bondi

rainews.it, 16 giugno 2026

A Modena forse l’ultimo atto di una inchiesta partita più di sei anni fa. Per la Procura bisogna archiviare tutto. Sono passati più di sei anni ma è ancora davanti al giudice per le indagini preliminari la vicenda delle presunte torture sui detenuti durante la rivolta del carcere di Modena dell’8 marzo 2020. Per due volte la Procura modenese ha chiesto di archiviare, ritenendo inattendibili le denunce. I legali dei detenuti si erano subito opposti e nel 2024 la giudice Clò aveva imposto un supplemento di indagini, che però non ha cambiato la richiesta degli inquirenti: archiviare. Oggi, dopo una serie di rinvii, una nuova udienza, forse l’ultima. In aula ci sono alcuni degli agenti di Polizia penitenziaria indagati, insieme ai loro legali, a quelli dei detenuti e dell’associazione per i diritti umani Antigone, che nell’ultima udienza hanno presentato nuove indagini difensive.

“Siamo stati picchiati dopo che ci eravamo già consegnati”, questi i racconti dei detenuti, in alcuni casi accompagnati da certificati medici. Per le pm però i loro esposti non sono credibili, ed è comunque impossibile accertare un nesso causale tra le lesioni e le eventuali condotte illecite degli agenti. Nella rivolta morirono anche 9 detenuti, che avevano assunto dosi massicce di metadone e farmaci, ma per la giustizia italiana - che ha archiviato tutto - nessuno è responsabile di quelle morti. Resta aperto solo un ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nulla si sa invece dell’inchiesta sui rivoltosi che hanno devastato il carcere - circa 70: l’indagine, formalmente, non risulterebbe ancora conclusa.