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di Valentina Reggiani

Il Resto del Carlino, 1 ottobre 2026

Il decesso nel 2023, Michele Romagnoli richiede ulteriori indagini: “Era a rischio ma gli lasciarono comunque in cella il fornellino a gas”. Per la procura invece non ci sono colpevoli, il giudice si è riservato. Mancavano pochi mesi e sarebbe uscito dal carcere. Quando la polizia lo fermò, dopo l’arresto tentò di impiccarsi in cella e pare che cercò di uccidersi, sempre in cella, con il gas anche un mese prima della tragedia. Stava male, sapevano che era a rischio suicidio ma gli hanno dato comunque il fornellino. Avevamo mandato una pec all’amministrazione, avevo chiesto che fosse portato in ospedale ma tutto questo non è accaduto. Voglio giustizia ma non solo per mio figlio, per tutti i ragazzi che si stanno suicidando nelle carceri italiane”.

È questo l’appello disperato partito ieri dalle aule del tribunale di Modena da parte di Michele Romagnoli, il papà di Fabio, rinvenuto cadavere a 42 anni - il 20 febbraio 2023 - nella sua cella del carcere Sant’Anna.

Il detenuto fu trovato accasciato a terra, con accanto un fornellino a gas, dal compagno di cella e da un agente della Penitenziaria. La procura aveva aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di omicidio colposo e a marzo il giudice, accogliendo la richiesta di opposizione all’archiviazione del caso, avanzata dai legali della famiglia, aveva disposto nuove indagini per far luce sulla morte del 42enne. A fronte di una seconda richiesta di archiviazione da parte della procura, la famiglia - assistita dagli avvocati Luca Sebastiani e Stefania Pettinacci - si è nuovamente opposta alla chiusura del caso. Ieri si è svolta l’udienza e il Gip Scarpa si è riservato sulla decisione.

“Ci deve essere comprensione e rispetto per questi ragazzi anche se sappiamo che sono in carcere perchè hanno sbagliato. Se una persona non sta bene - continua Michele - va aiutata. Mio figlio lo avevo incontrato il giovedì precedente: era come sempre depresso, tanto dimagrito”. Secondo la Procura l’uomo morì per cause accidentali, mentre per la famiglia Romagnoli si suicidò in carcere e non fu fatto nulla per prevenire la tragedia, nonostante i pregressi tentativi di togliersi la vita. “Per un genitore il figlio è sempre magnifico ma Fabio era comunque allegro, vivace, estroverso, amatissimo dagli amici e con la passione della pesca e dell’Inter”, dice il papà ricordando che Fabio aveva fatto il cuoco; originario di Portomaggiore (Ferrara), lavorava in uno stabilimento balneare a Lido di Spina.

Finito ai domiciliari per stalking, il 42enne era poi stato trasferito in carcere a fronte di una evasione. Ma la famiglia fa presente come stesse male da tempo da un punto di vista psicologico. “Noi chiediamo di disporre nuove indagini o di rinviare a processo perchè non concordiamo con la ricostruzione della procura - afferma l’avvocato Luca Sebastiani -. Riteniamo vi fossero tutti gli elementi in questo caso per valutare, prevenire ed eventualmente evitare il suicidio. In Italia il numero di detenuti che si tolgono la vita è altissimo e questo è un caso che si poteva evitare”.

La collega Stefania Pettinacci del foro di Bologna aggiunge: “I fornelletti a gas sono utilizzati per procurarsi gesti autolesivi e attraverso una consulenza del medico legale abbiamo indagato sul fatto se fosse o meno ‘consono’ consentire l’utilizzo del fornelletto, posto che Romagnoli aveva già mostrato sintomi evidenti negli ultimi mesi di una gravissima depressione e quindi di una salute mentale fragile e precaria”.