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traduzione di Stefano Viviani

Vanity Fair, 11 dicembre 2024

“Il carcere si è preso mia madre, mio padre e tutti i miei amici”: lo scrittore francese Mokhtar Amoudi, che si è aggiudicato il Premio Goncourt des détenus, parla della sua carambolica vita nel libro “Le condizioni ideali”. Un numero speciale quello di Vanity Fair, in edicola fino al 18 dicembre 2024. Un numero che accende i riflettori sulle carceri: “Il 2024”, scrive il direttore Simone Marchetti nel suo editoriale, “è l’anno che ha contato più morti nella storia recente delle carceri italiane”. Dietro le sbarre il quadro è desolante, con situazioni di sovraffollamento e disumanità.

Abbiamo intervistato l’attivista e senatrice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, ucciso di botte mentre era detenuto; abbiamo raccontato la storia di Youssef Mokhtar Loka Barsom, morto in carcere a 18 anni e quella delle tante cooperative che si danno da fare per non far sentire ai detenuti quella vertigine che prende quando si esce e manca qualsiasi riferimento.

Qui è invece lo scrittore francese Mokhtar Amoudi, autore del libro “Le condizioni ideali” (Gramma Feltrinelli) e vincitore del Premio Goncourt des détenus 2023 (il concorso in cui una giuria di 500 detenuti legge le opere selezionate per lo storico premio letterario francese Goncourt), a fare una riflessione sul tema, scrivendo questo testo in esclusiva per Vanity Fair.

Gli anni della prigione - Il carcere mi è sempre stato fedele. Durante la mia adolescenza, ha preso con sé mia madre, mio ​​padre, tutti i miei amici. Quelli che amavo, purtroppo. Ma anche quelli che non amavo, quelli che mi avevano fatto del male. Di loro, ero felice che fossero finalmente lì. Sulle macerie dell’ingiustizia fiorisce sempre la vendetta.

Quando scrivere è diventato per me un imperativo, ho pensato al passato: “Noi siamo destinati a finire in prigione?”. Quel “noi” si riferiva ai figli degli immigrati delle banlieue francesi. I termini di questa domanda sono falsi, intrisi di luoghi comuni. E tutti amano i luoghi comuni... Eppure, nel mio Paese, non ci sono mai stati così tanti detenuti come nel 2024. Mai. E mai si erano visti così tanti adolescenti uccidere altre persone. A Marsiglia e altrove.

Poiché la vocazione alla scrittura nasce spesso dalla lettura, è utile ricordare i carcerati più famosi della letteratura: il protagonista del romanzo Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij Rodion Romanovič Raskol’nikov, Lucien de Rubempré di Illusioni perdute di Honoré de Balzac, Edmond Dantès, il protagonista de Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Comprendere che l’assassino della sua padrona di casa può trovare l’amore dentro di sé. Scoprire che si può rinchiudere in carcere il più talentuoso dei poeti. Sapere che il marinaio più coraggioso può essere arrestato il giorno del suo matrimonio. Tutto questo dovrebbe illuminarci sulla natura umana.

Quanto a me, i libri di questi eroi, più che insegnarmi qualcosa sull’uomo, mi hanno permesso di diventarlo. Grazie a Dostoevskij, Balzac e Dumas ho potuto sopportare la miseria e il vagabondaggio a Parigi. Lo devo a loro, come lo devo ai detenuti. Nel dicembre 2023 i detenuti mi hanno assegnato il loro premio Goncourt. Un grande momento. Dopo essere stati arrestati per fatti gravi e giudicati per delitti e crimini di cui ignoravamo persino l’esistenza, quasi 500 detenuti si sono trasformati in giurati. Finalmente, avevano un potere.

Durante i dibattiti, a Fleury-Mérogis, Lione, alle Baumettes a Marsiglia e altrove, ho incontrato queste donne e questi uomini. Mi sentivo bene accanto a loro. “Le frasi mi escono dagli occhi”. E i miei occhi hanno visto queste persone trasformate in bambini, come è stabilito per ruolo e dovere, dall’amministrazione penitenziaria. Mostrarsi agli altri non è l’ambizione di tutti. Tuttavia, i giurati hanno accettato di rivelarsi fisicamente. La prigione segna i denti, i corpi e gli sguardi. Alcuni resistono meglio di altri. Leggere libri, esprimere giudizi, eliminare contendenti, difendere le proprie posizioni: ecco quello che i giurati hanno imparato a fare. E lo hanno fatto bene. Alcuni dei commenti più intelligenti espressi sul mio romanzo sono stati formulati tra quattro mura.

Di recente, a luglio, ho avuto la possibilità di trascorrere più tempo con alcuni detenuti, ai quali ho regalato una settimana di lezioni di scrittura. Lì ho scoperto uomini pieni di umanità, pazienza e precisione. Alla fine mi è venuta in mente una sola domanda: “I migliori si trovano in carcere?”.

P.S.: Questo testo è dedicato allo scrittore Boualem Sansal.