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di Bianca Lucia Mazzei

Il Sole 24 Ore, 23 dicembre 2024

Il decreto legge carceri (è il Dl 92/2024) che ha modificato le regole sulla liberazione anticipata è stato varato il 4 luglio quando i detenuti erano 61.480. In quattro mesi, anziché diminuire, sono diventati 62.427, mille in più. “Che il decreto non avrebbe avuto effetto sul sovraffollamento era evidente fin dall’inizio”, dice Monica Amirante, coordinatrice nazionale dei magistrati di sorveglianza (Conams). La liberazione anticipata prevede lo scomputo di 45 giorni ogni semestre di pena scontata per il detenuto che partecipa alla rieducazione. La novità introdotta dal Dl carceri è legarla alla richiesta di benefici, misure alternative e al fine pena.

Qual è stato l’impatto?

Le vecchie regole funzionavano bene perché creavano una relazione fra magistrato e detenuto che dava speranza, tranquillizzava, evitava le rivolte. Le nuove norme cancellano questo rapporto senza incidere sul sovraffollamento. Per chi è recluso la paura maggiore è essere dimenticato.

Non è una semplificazione procedurale?

Probabilmente l’intento era alleggerire il carico degli uffici (i Tribunali di sorveglianza sono gli unici a non aver beneficiato dell’ufficio del processo) ma non è la strada giusta. E, senza una norma transitoria, si è creata anche confusione. Ci sono state interpretazioni differenti: alcuni tribunali hanno applicato le nuove regole subito, altri no.

Il Dl carceri prevede anche l’assunzione di mille agenti di Polizia penitenziaria. Bastano?

L’aumento va benissimo, purtroppo scatterà nel 2025-2026 mentre gli istituti scoppiano adesso. Ma servono anche educatori, psicologi, psichiatri. Sulle carceri bisogna investire sul serio. Una novità importante è invece la reciproca consultabilità dei dati del ministero della Giustizia e della Salute che riguarda, però solo i soggetti con disabilità psichica.

Il disegno di legge Sicurezza, introduce il reato di rivolta in carcere che comprende anche la resistenza passiva se impedisce atti o servizi necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza. Che ne pensa?

Considerare reato anche la resistenza passiva va nella direzione sbagliata. Sono situazioni frequenti e i problemi non si risolvono puntando solo sulla forza. Un detenuto può, ad esempio, rifiutarsi di rientrare in cella per ragioni pretestuose ma anche perché teme di venire picchiato da altri detenuti. Capire se un comportamento è provocatorio o fondato è difficilissimo ma fondamentale. Il benessere della Polizia penitenziaria deve andare di pari passo con quello dei detenuti. Contrapporli è un errore.